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Proprietà

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Demanio marittimo – Arenile – Art. 822 Cod. Civ. - Sdemanializzazione tacita – non sussiste

Cass. civ., Sez. Unite, 16 aprile 2009 n. 8987

(Pres. Carbone, est. Rodolf)

Nel demanio marittimo è incluso, oltre il lido del mare e la spiaggia, anche l'arenile, ovvero quel tratto di terraferma che risulti relitto dal naturale ritirarsi delle acque, e la sua natura demaniale - derivante dalla corrispondenza con uno dei beni normativamente definiti negli artt. 822 cod. civ. e 28 cod. nav. - permane anche qualora una parte di esso sia stata utilizzata per realizzare una strada pubblica, non implicando tale evento la sua sdemanializzazione, così come la sua attitudine a realizzare i pubblici usi del mare non può venir meno per il semplice fatto che un privato abbia iniziato ad esercitare su di esso un potere di fatto, realizzandovi opere e manufatti (oltretutto senza il permesso della competente Pubblica Amministrazione, come verificatosi nella specie). Del resto, per i beni appartenenti al demanio marittimo, non è possibile che la sdemanializzazione sia realizzabile in forma tacita, risultando necessaria, ai sensi dell'art. 35 cod. nav., l'adozione di un espresso e formale provvedimento della competente autorità amministrativa, avente carattere costitutivo. (Nel caso di specie, un privato aveva iniziato ad esercitare su di un tratto dell'arenile un potere di fatto, realizzandovi opere e manufatti, senza il permesso della competente Pubblica Amministrazione, come verificatosi nella specie)

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Azione di regolamento dei confini – principio “actore non probante reus absolvitur “ – inapplicabilità al giudizio di regolamento di confini – Poteri del Giudice

Cass. Civ., sez. II, 11 marzo 2009 n. 5881

(Pres. Rovelli, est. Di Celso)

L'azione di regolamento di confini si configura come una “vindicatio duplex incertae partis” nel senso che, ai fini dell'incidenza probatoria, la posizione dell'attore e quella del convenuto sono sostanzialmente eguali, incombendo a ciascuno di essi di allegare e fornire qualsiasi mezzo di prova idoneo all'individuazione dell'esatta linea di confine, mentre il giudice - svincolato dal principio “actore non probante reus absolvitur” - ha un amplissimo potere di scelta e valutazione dei mezzi probatori acquisiti al processo, salvo, nell'ipotesi di mancanza di prove o di inidoneità delle prove disponibili, il ricorso alle indicazioni delle mappe catastali. In particolare, per l'individuazione della linea di separazione fra fondi limitrofi la base primaria dell'indagine del giudice di merito è costituita dall'esame e dalla valutazione dei titoli d'acquisto delle rispettive proprietà; solo la mancanza o l'insufficienza di indicazioni sul confine rilevabile dai titoli, ovvero la loro mancata produzione, giustifica il ricorso ad altri mezzi di prova: spetta al giudice di merito scegliere le risultanze probatorie ritenute decisive. (Fattispecie in cui il giudice aveva ritenuto determinanti, ai fini della definizione del giudizio, le risultanze della c.t.u.)

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Costituzione di servitù volontaria – indicazione specifica degli elementi costitutivi nell’atto di costituzione – Sufficienza della possibilità di desumerli dal contenuto complessivo dell’atto - sussiste

Cass. Civ., sez. II, 11 marzo 2009 n. 5886

(Pres. Elefante, est. Mensitieri)

Non è configurabile la costituzione convenzionale di una servitù se, oltre l’osservanza della forma scritta per l’estrinsecazione della precisa volontà del proprietario del fondo servente di costituire la servitù, non risultino specificamente determinati nel titolo tutti gli elementi atti ad individuarla, quali il fondo dominante, il fondo servente, il peso e la loro estensione. Tuttavia, l'esigenza che nell'atto costitutivo di una servitù siano specificamente indicati tutti gli elementi di questa non implica la necessità della espressa indicazione ed analitica descrizione del fondo servente e di quello dominante essendo sufficiente che i predetti elementi siano comunque desumibili dal contenuto dell'atto e siano quindi determinabili, attraverso i consueti strumenti ermeneutici, il fondo dominante, quello servente ed il contenuto dell'assoggettamento di quest'ultimo all'utilità del primo. Tale attività interpretativa, concretandosi in un'indagine sull'effettiva volontà dei contraenti in ordine all'eventuale costituzione di una servitù prediale, costituisce accertamento di fatto sindacabile in sede di legittimità solo per motivazione incongrua o affetta da errori logici o per inosservanza delle regole dell'ermeneutica. (Fattispecie in cui, ai fini del riconoscimento della servitù volontaria (negato), la Corte di merito aveva dato esclusivo rilievo alla descrizione del fondo servente - invero assente nel contratto sottoscritto dalle parti -  senza svolgere una esaustiva interpretazione del contratto onde ricavare, altrimenti, gli elementi mancanti)

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Divisione immobiliare - Delega delle operazioni al notai ex art. 769 c.p.c. - Vendita all'incanto - Avviso alle parti - Ritardo - Effetti - Nullità delle operazioni

Cass. civ., sez. II, 22 ottobre 2009 n. 22390

(Pres. Elefante, rel. Mazzacane)

Nel giudizio di divisione, ove il giudice istruttore deleghi un notaio per l'espletamento delle operazioni divisionali (nella specie, vendita di un immobile ritenuto indivisibile) ai sensi dell'art. 790 cod. proc. civ., questi ha l'obbligo di dare avviso, almeno cinque giorni prima, ai condividenti e ai creditori intervenuti, del luogo, giorno e ora di inizio delle operazioni; la tardività di tale avviso, traducendosi in irregolarità procedurale che impedisce la partecipazione alla vendita all'incanto, determina la nullità di tutte le operazioni divisionali inerenti alla vendita stessa. (Nel caso di specie, la Corte ha cassato la sentenza della Corte di Appello di Roma che aveva ritenuto irrilevante il ritardato avviso dell'inizio delle operazioni delegate)

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Espropriazioni - Determinazione del valore venale dell'area espropriata – Area Edificabile - Art. 2 Legge 244/2007 – Applicabile ai soli “procedimenti espropriativi in corso” non anche ai “giudizi in corso”

Cass. civ., sez. I, 11 giugno 2009 n. 13565

(Pres. Vitrone, rel. Panebianco)

La L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 90 si applica solo ai "procedimenti espropriativi in corso" e non anche ai giudizi in corso (nel caso di specie, la sezione ha richiamato, quali precedenti, le Sez. Un. 5269/08 nonché 11480/08)

L'art. 5-bis del D.L. n. 333 del 1992, convertito con modificazioni dalla L. n. 359 del 1992, è stato dichiarato incostituzionale ai commi 1 e 2 con sentenza n. 348 del 2007, con la conseguenza che dal giorno successivo alla sua pubblicazione non può più trovare applicazione - come del resto la stessa Corte Costituzionale ha avvertito (vedi n. 6 di detta sentenza) richiamando la L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 30, comma 3 - nei giudizi pendenti in cui sia ancora in discussione la congruità delle indennità, non potendo certamente il relativo rapporto essere regolato da una norma dichiarata incostituzionale e, come tale, espunta quindi dall'ordinamento. Deriva che il criterio applicabile, in mancanza allo stato di una nuova disciplina per i giudizi in corso (riferendosi la L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 90 solo ai "procedimenti espropriativi in corso" e non anche ai giudizi in corso, è quello del valore venale previsto dalla L. n. 2359 del 1865, art. 39 il quale non è stato abrogato dal T.U. approvato con D.P.R. n. 327 del 2001, art. 58 poiché detta norma, nella formulazione introdotta dal D.Lgs. 27 dicembre 2002, n. 302, art. 1, lett. rr), ha fatto espressamente salvo "quanto previsto dall'art. 57, comma 1" e tale art., come modificato dalle precedenti lett. qq), stesso D.Lgs. n. 302 del 2002, esclude espressamente le disposizioni del T.U. relativamente ai progetti per i quali "alla data di entrata in vigore dello stesso decreto, sia intervenuta la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza", aggiungendo che "in tal caso continuano ad applicarsi tutte le normative vigenti a tale data", fra le quali, appunto, quella contenuta nel richiamato art. 39 (Nel caso di specie, la Cassazione ha escluso potesse trovare applicazione la nuova norma ed applicato i criteri sopra esposti)

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Servitù di passaggio – Transito in automobile – Non prevista dal Titolo – Non ricavabile implicitamente e genericamente


Cass. civ., sez. II, sent. 5 marzo 2010 n. 5434

In tema di servitù prediali, l'art. 1063 c.c. stabilisce una graduatoria delle fonti regolatrici dell'estensione e dell'esercizio delle servitù, ponendo a fonte primaria il titolo costitutivo del diritto, mentre i precetti dettati dai successivi art. 1064 e 1065 c.c. rivestono carattere meramente sussidiario. Tali precetti, pertanto, possono trovare applicazione soltanto quando il titolo manifesti al riguardo lacune o imprecisioni non superabili mediante l'impiego di adeguati criteri ermeneutici; ove, invece, il contenuto e le modalità di esercizio risultino puntualmente e inequivocabilmente determinati dal titolo, a questo soltanto deve farsi riferimento, senza possibilità di ricorrere al criterio del soddisfacimento del bisogno del fondo dominante col minor aggravio del fondo servente (Nell'ipotesi di specie, la Cassazione ha affermato che l'esistenza di una servitù di passaggio non garantisce all'avente diritto la possibilità di transitare sul bene altrui anche in automobile)

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