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Procedimento civile

Procedimento civile

Fatti notori - Organi di stampa - "Innalzamento" della soglia del notorio - Sussiste

Cass. Civ., Sez. II, sent. 19 agosto 2010 n. 18748

(Pres. Schettino, rel. Atripaldi)

L'affermazione circa la sussistenza di un fatto notorio, ai sensi dell'articolo 115 c.p.c., comma 2, vale a dire rientrante nel bagaglio delle normali cognizioni di un individuo medio in determinate condizioni di tempo e luogo, non puo' essere censurata in sede di legittimità negandosi la notorietà del fatto assunto, ma solo prospettando l'inesatta deduzione dei requisiti del "notorio" ovvero elementi specifici e significativi atti ad escludere l'utilizzabilità in concreto della nozione stessa e ad infirmare sul piano motivazionale la relativa argomentazione (in particolare v. Cass. 20965/08, 13056/07), restando fuori di tali casi insindacabile, in quanto costituente esercizio di un potere discrezionale riservato al giudice di merito (v. Cass. 13073/04, 5493/043, 12212/03), il ricorso) da parte di quest'ultimo alle ordinarie conoscenze, che rientrino nella cultura di un uomo medio, sia pure in particolari zone e settori di attività. In particolare il "notorio" oggi ricorre quando una persona di ordinario livello intellettivo e culturale vivente in quel contesto storico ed ambientale, può avere agevole conoscenza del "fatto" ritenuto noto, anche tramite elementi che possono essere tratti dalle correnti informazioni frequentemente diffuse da organi di stampa o radiotelevisivi, al la cui opera informativa e divulgativa va ormai riconosciuto, agli effetti dell'articolo 115 c.p.c., comma 2, l'innalzamento della soglia del c.d. "notorio", costituente l'ordinario patrimonio di conoscenza dell'uomo medio, rispetto a precedenti epoche, caratterizzate da un piu' basso livello socio - culturale generale della popolazione e da minore capacita' diffusiva dei mezzi d'informazione di massa (Per la Corte, non conferenti, pertanto, risultano i richiami giurisprudenziali, attinenti a vicende nelle quali le cognizioni richieste ed utilizzate dai giudici di merito ex articolo 115 c.p.c., comma 2 o erano dovute a conoscenze specifiche del giudicante oppure correlate a valutazioni richiedenti particolari cognizioni tecniche e comportanti procedimenti, analitici o deduttivi, di non elementare immediatezza)

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Procedimento civile

Art. 360-bis c.p.c. Introdotto dalla Legge 69/2009 - Filtro al giudizio di legittimità - Conformità della decisione impugnata alla Cassazione - Mancanza di Spunti offerti dal ricorrente per rimeditare il diritto vivente - Rigetto per manifesta infondatezza

Cass. Civ., Sez. Unite, sent. 6 settembre 2010

(Pres. Carbone, rel. Vittoria)

Ai sensi dell'art. 360-bis c.p.c., se dal raffronto tra decisione di merito e stato della giurisprudenza della corte al momento della decisione emerge la corrispondenza tra l'una e l'altro e l'argomentazione a sostegno della censura di vizio di violazione di norme di diritto non offre spunti per rimettere in discussione l'interpretazione ancora seguita, il ricorso non può essere dichiarato inammissibile, ma deve essere rigettato e rigettato perché si è rivelato manifestamente infondato. Se il ricorso può essere accolto perché al momento della decisione la giurisprudenza della corte è mutata e deve esserlo, a prescindere dal fatto che contenesse o meno argomenti idonei a provocare il mutamento, ciò significa che la mancanza di una tale argomentazione non è elemento che impedisca una decisione sui fondo del motivo, è bensì elemento che giustifica una decisione di rigetto e di rigetto per manifesta infondatezza (La pronuncia è la prima in calce al "nuovo" Filtro di legittimità ex art. 360-bis c.p.c. La Corte aggiunge: il filtro al giudizio di legittimità, così costruito dalla Legge 69 del 2009, non diversamente dal filtro a quesito, introdotto dal decreto legislativo n. 40 del 2006, ed ora abrogato, sono il risultato di una convinzione che oggi ha guadagnato la larga maggioranza della dottrina: doversi attuare, in nome del principio di effettività della tutela giurisdizionale, un adeguato bilanciamento tra diritto delle parti al ricorso per cassazione per violazione di legge, affermato dall'art. 111 Cost., e concreta possibilità di esercizio della funzione di giudice di legittimità, garanzia a sua volta del principio di eguaglianza del cittadino di fronte alla legge (art. 3 Cost.). Adeguato bilanciamento conseguibile solo con un impiego economico della risorsa di questa articolazione della giurisdizione, che per ragioni intrinseche alla funzione richiede d'essere esercitata da un numero di giudici tale da consentire e non impedire la formazione di indirizzi interpretativi dotati, oltre che di persuasività, di tendenziale stabilità. Adeguato bilanciamento che impone il ricorso a tecniche di esame, di decisione e di motivazione proporzionate alla novità e difficoltà delle questioni di diritto prospettate dai litiganti)

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Procedimento civile

Art. 360-bis c.p.c. Introdotto dalla Legge 69/2009 - Filtro al giudizio di legittimità - Pronuncia di inammissibilità - Non sussiste - Interpretazione della norma secondo ragionevolezza - Rigetto nel merito per manifesta infondatezza

Cass. Civ., Sez. Unite, sent. 6 settembre 2010

(Pres. Carbone, rel. Vittoria)

L'art. 360-bis c.p.c., introdotto dalla Legge 69/2009, va interpretato nel senso che la Corte di Cassazione rigetta il ricorso, perchè manifestamente infondato, se, al momento in cui pronuncia, la decisione di merito si presenta conforme alla propria giurisprudenza e il ricorso non prospetta argomenti per modificarla (Per la Corte, il "nuovo" filtro al giudizio di legittimità costruito nel 2009 rischierebbe, al pari di quello del 2006, di riprodurre un risultato negativo "se fosse inteso nel senso che il legislatore abbia inteso proseguire sulla strada dell'inammissibilità`, anziché` battere la strada, ben diversa, di dotare la Corte di una modalità` di impiego dei propri poteri decisori che, facendo leva sul fisiologico nodo di procedere dalla giurisprudenza, le consenta per un verso di raccogliere dalla dialettica del processo e dal confronto con la dottrina, argomenti per impostare e fare evolvere la propria interpretazione della legge, ma per altro verso di rigettare in modo economico i motivi del ricorso che, nel momento in cui si tratta di deciderne, trovino ostacolo in propri precedenti, da cui la stessa corte ritenga di non doversi allontanare)

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Incapacità a testimoniare - Interesse di mero fatto a che la causa sia decisa in un certo modo - Non sussiste

Cass. civ., sez. III, sent. 8 luglio 2010, n. 16151

(Pres. Di Nanni, rel. Segreto)

L'interesse che determina l'incapacità a testimoniare di cui all'art. 246 c.p.c. si identifica con il solo interesse giuridico personale, concreto ed attuale, che comporta una legittimazione principale a proporre l'azione, ovvero una legittimazione secondaria ad intervenire in un giudizio già proposto da altri cointeressati, e non anche con l'interesse di mero fatto che il testimone possa, in concreto, avere a che la causa sia decisa in un certo modo. Non è, pertanto, legittimamente predicabile alcuna incapacità a testimoniare per l'avvocato con riguardo al giudizio instaurato dal proprio cliente nei confronti della controparte per ottenerne la condanna al pagamento di spese e competenze dovute all'avvocato stesso per attività professionale extraprocessuale, in quanto quest'ultimo non risulta portatore di un interesse che ne legittimi l'intervento (sia pur soltanto "ad adiuvandum") nel processo. (La Cassazione conferma il precedente: Cass. civ., Sez. III, 04/04/2001, n. 4984)

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Produzione nuovi documenti - Ammissibilità di nuovi mezzi di prova - Condizioni

Cass. civ., sez. III, sent. 6 luglio 2010, n. 15884

(pres. Trifone)

E' ormai regola di diritto pacifica a seguito della pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 8203/2005, quella per cui nel rito ordinario, con riguardo alla produzione di nuovi documenti in grado di appello, l'art. 345, terzo comma, cod. proc. civ. va interpretato nel senso che esso fissa, sul piano generale, il principio dell'inammissibilità di mezzi di prova nuovi - la cui ammissione, cioè, non sia stata richiesta in precedenza - a meno che la loro formazione non sia successiva; la loro produzione non sia stata resa necessaria in ragione dello sviluppo assunto dal processo; le parti abbiano dimostrato di non averli potuto proporli prima per causa ad esse non imputabile; il giudice li abbia ritenuti indispensabili per la decisione. (Nel caso di specie, la Corte ha confermato la sentenza a Sezioni unite richiamata nel principio di diritto espresso nella massima)

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Procedimento civile

Art. 131 d.P.R. 115/2002 - Questione di legittimità costituzionale - Nella parte in cui può comportare la gratuità dell'opera svolta dall'ausiliario del giudice - Erroneo presupposto interpretativo - Manifesta infondatezza della questione

Corte Cost., ord. 10 giugno 2010, n. 203

(Pres. Amirante, rel. Saulle)

L'art. 131 del d.P.R. n. 115 del 2002, nel disciplinare il procedimento di liquidazione degli onorari dell'ausiliario nell'ambito dei giudizi civili, predispone il rimedio residuale della prenotazione a debito, proprio al fine di evitare che il diritto alla loro percezione venga pregiudicato dall'impossibile ripetizione dalle parti (sentenza n. 287 del 2008; ordinanze n. 195 del 2009 e n. 408 del 2008). (La Consulta dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 131 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, 30, 31, 36 e 111 della Costituzione. Quanto alla presunta violazione dell'art. 111 della Costituzione, osserva che il suo richiamo è inconferente, in quanto l'art. 131 censurato "disciplinando il procedimento di liquidazione delle spese sostenute dall'ausiliario del magistrato, non è idoneo ad incidere sui tempi di celebrazione del processo cui lo stesso procedimento è accessorio" (ordinanza n. 209 del 2008)

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Soggetto che ha svolto la funzione di testimone - Compatibilità con la successiva funzione di difensore - Sussiste

Cass. civ., sez. III, sent. 8 luglio 2010, n. 16151

(Pres. Di Nanni, rel. Segreto)

Non sussiste una incompatibilità tra l'esercizio delle funzioni di difensore e quelle di teste nell'ambito del medesimo giudizio, se non nei termini della contestualità, per cui contemporaneamente il difensore non puà essere anche testimone. Per tale motivo un difensore che abbia reso testimonianza in un processo, in una fase in cui non svolgeva il suo ruolo di difensore costituito, può assumere la veste di difensore successivamente alla testimonianza resa (e così l'esatto contrario). (La Cassazione, per risolvere la questione, attinge al bacino della giurisprudenza formatasi sul punto in sede penale: Corte cost. 233/2001)

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Procedimento civile

Termini fissati dal giudice - Mancato rispetto - Decadenza rilevabile d'ufficio delle facoltà assertorie e istruttorie delle parti - Sussiste - Preclusioni poste a tutela dell'interesse pubblico al corretto andamento del processo

Cass. civ., Sez. Unite, sent. 23 giugno 2010, n. 15169

(Pres. Carbone, rel. Goldoni)

Il vigente modello processuale configura un processo che si articola in fasi successive e non ammette deroghe (salvo il caso eccezionale previsto dall'art. 184 bis cpc). Il mancato rispetto dei termini fissati dal giudice, determina la decadenza, rilevabile d'ufficio, della facoltà assertorie ed istruttorie delle parti. Merita, dunque, ampia condivisione e riaffermazione, che il regime delle preclusioni introdotto nel rito civile ordinario, dovendo ritenersi inteso non solo posto a tutela di parte, bensì anche a tutela dell'interesse pubblico al corretto e celere andamento del processo,comporta il rilievo ex officio da parte del giudice dell'eventuale tardività di domande, o allegazioni. (La Corte aggiunge quanto segue. La c.d. eccezione impropria consiste in qualsiasi difesa attinente al merito od al rito, consistente nell'allegazione di fatti o nella esposizione di argomentazioni difensive. Aggiunge pure che anche le eccezioni riconvenzionali sono sottoposte allo stesso regime delle eccezioni proprie)

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Procedimento civile

Scritture private provenienti da terzi - Contestazione - applicabilità degli artt. 2702 c.c. e 214 c.p.c. - In genere: non sussiste - Eccezioni: scritture per Legge dotate di speciale carica sostanziale - Testamento - Querela di Falso - Necessaria

Cass. civ., Sez. Unite, sent. 23 giugno 2010, n. 15169

(Pres. Carbone, rel. Goldoni)

Le scritture private provenienti da terzi possono essere liberamente contestate, non applicandosi alle stesse la disciplina sostanziale di cui all'art. 2702 cc né quella processuale di cui all'art. 214 cpc, atteso che le stesse costituiscono prove atipiche il cui valore probatorio è puramente indiziario e che possono quindi contribuire a fondare il convincimento del giudice in armonia con altri dati probatori acquisiti al processo; peraltro, nell'ambito delle scritture private deve riservarsi diverso trattamento a quelle la cui natura le connota di una carica di incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata, tale da richiedere la querela di falso onde contestarne la autenticità. (La Corte conclude nel senso che le scritture private provenienti da terzi possono essere liberamente contestate, non essendo soggette alla disciplina sostanziale di cui all'art. 2702 cc né a quella processuale di cui all'art. 214 cpc, sicché non è necessario impugnarle per falsità e tanto discende dal fatto che le stessa hanno valore di prove atipiche ed un valore meramente indiziario e sono inidonee a costituire di per sé, l'unica fonte di convincimento per il giudice del merito, pur essendo suscettibili di integrare il fondamento della decisione nel concorso di altri elementi che ne confortino la credibilità e l'attendibilità. Si ricordi, però, che secondo Cass. civ. 5440/2010, se lo scritto del terzo è una testimonianza scritta, esso è inutilizzabile per violazione di norme cogenti del processo civile)

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Interpretazione delle norme processuali - Orientata nel senso di garantire l'effettività del principio di ragionevole durata del processo


Cass. civ., Sez. Unite, sent. 7 luglio 2010, n. 16037
 
(Pres. Carbone, est. Salvago)

L'effettività del principio di garanzia della durata ragionevole del processo (come previsto dal 2° comma dell'art. 111 Cost.) impone al giudice (anche nell'interpretazione dei rimedi processuali) di evitare comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, traducendosi, per converso, in un inutile dispendio di attività processuali non giustificate, in particolare, né dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio (art. 101 cod. proc. civ, ), né da effettive garanzie di difesa (art. 24 Cost.) (La giurisprudenza delle Sezioni unite è ormai consolidata e pare opportuno richiamare le pronunce coeve che hanno enunciato i medesimi principi di diritto: 

Cass. civ., Sez. Unite, sentenza 27 aprile 2010 n. 9962: I linea con la regola generale che ormai decisamente connota le decisioni della Suprema Corte in materia processuale, deve affermarsi che le norme di rito debbono essere interpretate in modo razionale in correlazione con il principio costituzionale del giusto processo (articolo 111 Cost.), in guisa da rapportare gli oneri di ogni parte alla tutela degli interessi della controparte, dovendosi escludere che l'ordinamento imponga nullita' non ricollegabili con la tutela di alcun ragionevole interesse processuale delle stesse (articolo 156 c.p.c., comma 3) 

Cass. civ., sez. III, sentenza 16 marzo 2010 n. 6325: L'ordinamento vigente impone la necessità di interpretare ed applicare la normativa processuale in armonia con il principio di cui all'art. 111 Cost. sulla ragionevole durata del processo principio che conduce ad escludere che possa essere sanzionato con l'estinzione del processo il mancato compimento di adempimenti processuali che si siano appalesati del tutto superflui, quali la rinnovazione della notificazione di un atto ad una parte, la cui attività processuale dimostri che essa ne abbia già avuto conoscenza. Essenziale è che siano stati rispettati il principio del contraddittorio e il diritto di difesa 

Ancora: Cass. civ. S.U. n. 20604/2008; Cass. civ. 25727/2008)

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