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Procedimento civile

Procedimento civile

Consulenza tecnica nel giudizio Civile - Prova documentale - Sussiste -Utilizzabilità nel giudizio penale

Cass. Pen., Sez. VI, sent. 6 dicembre 2010, n. 43207

(Pres. De Roberto, rel. Matera)

La consulenza tecnica d'ufficio, disposta in un giudizio civile, secondo la normativa processualcivilistica dell'istruzione probatoria, non appartiene alla categoria dei mezzi di prova, avendo essa la finalità di aiutare il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze: la sua acquisizione nel giudizio penale, pertanto, non avviene secondo la disciplina dell'art. 238 c.p.p. - che si riferisce ai verbali delle prove assunte nel giudizio civile -, bensì secondo le regole poste per l'assunzione della prova documentale, dovendo essere considerata quale documento per essere stata formata fuori del procedimento penale ed essendo rappresentativa di situazioni e di cose (Ne discende, secondo il Collegio penale, che la consulenza tecnica d'ufficio, disposta in un giudizio civile non ancora definito con sentenza passata in giudicato, può essere acquisita nel processo penale ai sensi dell'art. 234 c.p.p., che regola l'assunzione della prova documentale)

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Mancata Contestazione - Contestazione in Appello - Tardività - Sussiste - Inammissibilità ex art. 345 c.p.c. Sussiste

Cass. Civ., Sez. II, sent. 1 dicembre 2010, n. 24381

(Pres. Rovelli, rel. Migliucci)

E' tardiva la contestazione non svolta in primo grado e svolta solo in appello, dovendosi la stessa tacciare di inammissibilità in virtù delle preclusioni ex art. 345 c.p.c. (Nel caso di specie, trattavasi della mancata contestazione della congruità degli importi rispetto all'entità delle prestazioni effettuate)

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Competenza per valore del Giudice di Pace cause risarcitorie relative a beni immobili - contrasto di giurisprudenza - Intervento delle SSUU

Cass. Civ., Sez. II, ord. 16 dicembre 2010, n. 25480

(Pres. Settimj, rel. D'Ascolo)

La giurisprudenza della Suprema Corte ha affermato che la competenza generale per valore del giudice di pace è circoscritta alle controversie nelle quali il diritto controverso abbia per oggetto beni mobili, indipendentemente della natura personale o reale del diritto stesso. Il riferimento a cause relativi beni mobili, contenuto nel primo inciso dell'art. 7 c.p.c. andrebbe dunque interpretato, come già avvenuto con riguardo al conciliatore, nel senso che è esclusa, sotto il profilo della materia, la competenza del giudice anzidetto per tutte le controversie immobiliari, cioè per tutte le cause aventi ad oggetto domande afferenti a diritti tanto reali, quanto personali "relativi" a beni immobili, cioè pretese che abbiano la loro fonte in un rapporto, giuridico o di fatto, riguardante un bene immobile (Cass. 4304/04; 10787/96; 1021/95). Nelle more è stata pubblicata l'ordinanza della Cassazione recante il n. 17039/10, con la quale la Terza sezione ha ritenuto che il risarcimento del danno subito da un immobile è assoggettato alla competenza per valore del giudice di pace - ove il "petitum" sia compreso nel limite previsto dall'art. 7 c.p.c., comma 1 - trattandosi di una domanda avente ad oggetto un bene mobile, ovvero una somma di danaro, essendo ininfluente il titolo di godimento ai fini della competenza. Il contrasto di giurisprudenza richiede l'intervento delle Sezioni Unite (Così l'estensore motiva la richiesta di intervento delle Sezioni Unite: "Sembra tuttavia configurabile, almeno in relazione a Cass. 17039/10 un contrasto giurisprudenziale che potrebbe meritare l'intervento coerenziatore delle Sezioni unite. Si verte infatti in materia di largo interesse, perchè involge parte considerevole della competenza della magistratura onoraria e dunque della domanda di giustizia civile, in materia in cui il limitato valore delle liti rende ancor più difficilmente tollerabile il dispendio di risorse causato da incertezze di natura processuale")

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Non contestazione - Fatto non contestato - Fatto non bisognoso di Prova - Sussiste

Cass. civ., sez. III, sent. 10 novembre 2010 n. 22837

(Pres. Morelli, rel. Amatucci)

L'allegazione del fatto da parte dell'attore fa sorgere in capo al convenuto un onere di contestazione. L'esigenza di provare il fatto allegato dall'attore insorge, infatti, solo se il fatto sia contestato: se tanto non avviene, l'esigenza probatoria non sorge, non essendovi bisogno di provare il fatto contestato. Va anche precisato che la contestazione deve essere tempestiva (Nel caso di specie, la contestazione è estesa ai fatti implicitamente affermati dall'attore mediante l'allegazione di fatti espliciti che presuppongono quelli impliciti)

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Art. 155 c.p.c. - Proroga del termine in caso di scadenza in giorno festivo - Principio generale - Applicabilità anche alle sanzioni amministrative - Sussiste

Cass. civ., Sez. II, sent. 1 dicembre 2010 n. 24375

(Pres. G. Settimj, Rel. P. D'Ascola)

Il principio fissato dall'art. 155 cod. proc. civ., per cui, se il giorno di scadenza di un termine è festivo, la scadenza stessa è prorogata di diritto al primo giorno seguente non festivo, ha carattere generale e trova applicazione anche alla materia delle sanzioni amministrative per violazioni del codice della strada. Il solo limite è nel fatto che non si applica ai termini computati a ritroso e a quelli dilatori (La Corte richiama i suoi precedenti, secondo i quali l'art. 155 c.p.c. Costituendo principio generale ri applica anche all'adempimento delle obbligazioni, a norma dell'art. 1187, comma III, c.c. Salvo usi contrari)

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Procedimento civile - Prova - Giuramento decisorio - Falso giuramento - Potere del giudice civile di conoscere del reato al solo fine del risarcimento del danno - Omessa previsione nell'ipotesi di intervenuta sentenza di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 c.p.p.

Corte cost., ord. 3 dicembre 2010

(Pres. De Siervo, est. Criscuolo)

E' manifestamente inammissibile la legittimità costituzionale dell'art. 2738, secondo comma, del codice civile, "nella parte in cui non prevede che il giudice civile può conoscere del reato di falso giuramento al fine del risarcimento danni dopo sentenza di condanna ai sensi dell'art. 444 c. p. p.";. Il rimettente, omette di valutare il primo periodo dell'art. 2738, secondo comma, cod. civ., alla cui stregua la parte non ammessa a provare il contrario "può, tuttavia, domandare il risarcimento dei danni nel caso di condanna penale per falso giuramento", nonché l'art. 445, comma 1-bis, ultimo periodo, cod. proc. pen., ("salve diverse disposizioni di legge, la sentenza è equiparata a una pronuncia di condanna"), verificando se il combinato disposto di tali norme consenta di ritenere che, anche in caso di applicazione della pena su richiesta per falso giuramento della parte (art. 371 cod. pen.), il giudice civile possa conoscere di detto reato al fine del risarcimento dei danni (La decisione è importante per i rilievi che possono trarsi quanto all'efficacia della sentenza di patteggiamento nel giudizio civile)

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Testimonianza di relato ex parte actoris - Ammissibilità - Condizioni

Cass. Civ., Sez. I, sentenza 8 novembre 2010 n. 22677

Non è esatto neppure in linea di principio che il giudice non debba dare ingresso a testimonianze di relato ex parte actoris: potendo le stesse concorrere a determinare il convincimento del giudice, ove valutate in relazione a circostanze obiettive e soggettive o ad altre risultanze probatorie che ne suffraghino il contenuto, specie quando la testimonianza attenga a comportamenti intimi e riservati delle parti, insuscettibili di percezione diretta dai testimoni o di indagine tecnica (Per i precedenti in materia, v. Cass. 11844/2006; 2815/2006; 3709/2004)

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Giurisdizione - art. 59 legge 18 giugno 2009 n. 69 - Applicabilità ai procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della legge 69/09 - Sussiste

Cass. civ., Sezioni Unite, ord. 16 novembre n. 23109

(Pres. Vittoria, rel. Mazzacane)

Anche nei giudizi instaurati prima dell'entrata in vigore della Legge 18 giugno 2009, n. 69 puo' essere chiesto d'ufficio il regolamento di giurisdizione ai sensi dell'articolo 59, comma 3 della legge stessa (Questa la importante motivazione delle Sezioni Unite. Ai sensi dell'articolo 58 della menzionata legge, rubricato come "Disposizioni transitorie", al comma 1: "Fatto salvo quanto previsto dai commi successivi, le disposizioni della presente legge che modificano il codice di procedura civile e le disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore". Orbene il legislatore con la terminologia utilizzata designa non in generale le norme che introducono cambiamenti nelle regole del processo civile, ma solo quelle che attengono direttamente, modificandolo, al c.p.c. ed alla disposizioni di attuazione; in tale situazione l'interprete non puo' estendere la norma oltre il suo significato letterale, e deve quindi ritenere non applicabili ai processi in corso, ma solo a quelli introdotti dopo la data di entrata in vigore della legge, esclusivamente le norme contenute nelle disposizioni identificate nei termini predetti; in tal modo, del resto, la norma viene interpretata conformemente al principio secondo cui, in difetto di esplicite previsioni contrarie, le regole di natura processuale sono di immediata applicazione. Inoltre si deve osservare che, come gia' evidenziato da questa Corte, lo strumento processuale del regolamento di giurisdizione chiesto d'ufficio trova la sua ragion d'essere nella divisione funzionale ed organizzativa delle giurisdizioni che, non diversamente per quanto previsto per la competenza ed anzi a maggior ragione, non ammette la possibilita' che il giudice di un ordine diverso, perche' nega di avere nel caso giurisdizione, possa poi imporla al diverso giudice che egli indica (Cass. S.U. Ord. 8-2-2010 n. 2716); pertanto l'interpretazione proposta, nel consentire una piu' ampia utilizzabitita' dei meccanismo previsto dalla disposizione in esame, allarga la possibilita' di prevenzione del conflitto negativo di giurisdizione, garantendo cosi', anche nei giudizi pendenti al momento di entrata in vigore della Legge n. 69 del 2009, al giudice che dissenta dalla statuizione che gli ha riconosciuto la giurisdizione, di provocare un intervento della Corte di legittimita' anticipato rispetto a quello al quale questa potrebbe essere chiamata successivamente ai sensi dell'articolo 362 c.p.c., con riflessi positivi sulla celerita' del processo)

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Opposizione a decreto ingiuntivo - Art. 645 comma II c.p.c. - Termine di costituzione dell'opponente - Automatica riduzione - Sentenza delle Sezioni unite n. 19246 del 2010 - Applicabilità ai procedimenti pendenti alla data di pubblicazione della sentenza - Salvezza delle opposizioni - Rimessione in Termini - Art. 37 codice del processo amministrativo

T.A.R. Lombardia, sez. III, sent. 2 novembre 2010 n. 7174

(Pres. Giordano, est. Simeoli)

Il Collegio non ignora che le Sezioni unite della Suprema Corte (sentenza 9 settembre 2010 n. 19246) hanno di recente innovativamente stabilito che, nei giudizi di opposizione a decreto ingiuntivo, "esigenze di coerenza sistematica, oltre che pratiche, inducono ad affermare che non solo i termini di costituzione dell'opponente e dell'opposto sono automaticamente ridotti alla metà in caso di effettiva assegnazione all'opposto di un termine a comparire inferiore a quello legale, ma che tale effetto automatico è conseguenza del solo fatto che l'opposizione sia sfata proposta, in quanto l'art. 645 c.p.c. prevede che in ogni caso di opposizione i termini a comparire siano ridotti a metà". Tuttavia, la modifica del quadro ermeneutico, sopravvenuta in corso di causa, induce il Collegio a fare applicazione dell'art. 37 c.p.a., disponendo la rimessione in termini per errore scusabile in presenza di oggettive ragioni di incertezza su questioni di diritto (Il Tar, onde salvare le opposizioni pendenti alla data di pubblicazione della sentenza delle SSUU 19246/2010, applica l'istituto della remissione in termini)

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Sanzioni amministrative - Art. 26 d.lgs. 40/2006 - Modifica dell'art. 23 Legge 689/1981 - Appellabilità delle sentenze del giudice di Pace - Rito applicabile - Rito ordinario - Sussiste - Foro erariale - Esclusione

Cass. civ., Sezioni Unite, ord. 18 novembre n. 23285

(Pres. Vittoria, rel. Bucciante)

In materia di sanzioni amministrative, in conseguenza della modifica apportata dall'art. 26 d.lgs. 40/2006 all'art. 23 della Legge 689/198, il gravame contro i provvedimenti del giudice di pace va proposto secondo le norme previste in via ordinaria dal codice di rito per il procedimento di appello. Ciò nondimeno, va esclusa l'applicabilità dell'art. 25 c.p.c. che prevede la regola del foro erariale essendo manifesto l'intento del Legislatore di determinare la competenza per territorio sulla base di elementi diversi ed incompatibili rispetto a quelli risultanti dalla regola del foro erariale e, perciò, destinati a prevalere su questa (v. già così, Cass. civ. SS.UU. 2 luglio 2008 n. 18036). Nel caso di specie, tale elemento diverso e predominante è da rinvenire nel criterio della "prossimità" rimasta attuale per il campo delle sanzioni amministrative in cui la competenza è quella del "luogo in cui è stata commessa la violazione". (Le Sezioni Unite, dando risposta alla questione rimessa in sede di conflitto, propongono una soluzione compromissoria in cui, pur applicandosi il rito ordinario, viene escluso il foro erariale)

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