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Lavoro, Previdenza, Legislazione sociale

Lavoro, Previdenza, Legislazione sociale

Responsabilità del datore di Lavoro – Art. 2087 c.c. - Obbligo generale di diligenza

Cass. Civ., sez. lav., sentenza 18 gennaio 2011 n. 1072

(Pres. Vidiri, rel. Zappia)

La responsabilità del datore di lavoro in materia di infortuni è fondata sul disposto dell'art. 2087 c.c., in base al quale l'imprenditore è tenuto ad adottare, nell'esercizio dell'impresa, le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro; la norma suddetta impone pertanto al datore di lavoro un obbligo generale di diligenza; nel sistema della tutela delle condizioni di lavoro prevista dal legislatore, la disposizione di cui all'art. 2087 c.c. ha una funzione integratrice della normativa che prevede le singole misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro, ponendo a carico del datore di datore un obbligo generale di garanzia delle condizioni di sicurezza del lavoro. Ciò non determina l'insorgere di una ipotesi di responsabilità oggettiva, tuttavia non è circoscritta alla violazione di specifiche regole di esperienza o di regole tecniche, ma deve ritenersi volta a sanzionare, anche alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l'omessa predisposizione di tutte quelle misure e cautele atte a preservare, in relazione alle effettive modalità e condizioni di lavoro, l'integrità psicofisica del lavoratore, in considerazione altresì della possibilità di conoscenza di tutti quegli elementi che, in relazione alla fattispecie concreta, possono incidere sulla sicurezza del lavoratore

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Lavoro, Previdenza, Legislazione sociale

Politica sociale - Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e lavoro - Direttiva 76/207/CEE - Art. 3, n. 1, lett. c) - Normativa nazionale che agevola il licenziamento dei lavoratori che hanno maturato il diritto alla pensione di vecchiaia - Obiettivo di promuovere l'inserimento professionale di persone più giovani - Normativa nazionale che stabilisce l'età pensionabile a 60 anni per le donne e a 65 anni per gli uomini

Corte di Giustizia CE, sez. II, sent. 18 novembre 2010

(Pres. Rodrigues, rel. Arabadjiev)

L'art. 3, n. 1, lett. c), della direttiva del Consiglio 9 febbraio 1976, 76/207/CEE, relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, come modificata dalla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 23 settembre 2002, 2002/73/CE, deve essere interpretato nel senso che una normativa nazionale la quale, per promuovere l'inserimento professionale di persone più giovani, consente ad un datore di lavoro di licenziare gli impiegati che abbiano maturato il diritto alla pensione di vecchiaia, laddove tale diritto è maturato dalle donne ad un'età inferiore di cinque anni rispetto a quella in cui tale diritto è maturato per gli uomini, costituisce una discriminazione diretta fondata sul sesso vietata da tale direttiva (La Corte conferma che non è legittima, al cospetto del diritto comunitario, una differente età di exit dal mondo del lavoro per uomo e donna)

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Impiego Pubblico - Condotta antisindacale della PA -Giurisdizione

Cass. Civ., Sez. Unite, sent. 24 settembre 2010 n. 20161

(Pres. Carbone, rel. Amoroso)

Ove la condotta antisindacale dell'Amministrazione pubblica, patita dal sindacato, incida sulle prerogative dell'associazione sindacale e sulle situazioni individuali dei dipendenti pubblici il cui rapporto di impiego non sia stato contrattualizzato (quale quello intercorrente, nella specie, tra la Banca d'Italia e i suoi dipendenti), non sussiste un'esigenza costituzionale per derogare alla regola della giurisdizione del giudice ordinario. (Le Sezioni Unite si pronunciano sulla questione con decisione particolarmente importante)

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Contratti collettivi - Onere di deposito del testo integrale - Improcedibilità - limiti

Cass. Civ., Sez. Unite, sent. 23 settembre 2010 n. 20075

(Pres. Carbone, rel. Amoroso)

In tema di produzione del contratto collettivo di diritto privato in cassazione, l'onere di depositare il testo integrale dei contratti collettivi, previsto a pena di improcedibilità, riguarda il contratto nel suo testo integrale e non la singola clausole invocate (Le Sezioni Unite risolvono il contrasto che si era formato in seno alla giurisprudenza proprio circa all'onere di deposito del CCNL)

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Impugnazione del licenziamento - Art. 6 Legge 604/2966

Cass. civ., sez. III, sentenza 2 febbraio 2010 n. 2352 

(Pres. Carbone, rel. Picone)

L'impugnazione del licenziamento ai sensi della L. n. 604 del 1966, art. 6, formulata mediante dichiarazione spedita al datore di lavoro con missiva raccomandata a mezzo del servizio postale, deve intendersi tempestivamente effettuata allorché la spedizione avvenga entro sessanta giorni dalla comunicazione del licenziamento o dei relativi motivi, anche se la dichiarazione medesima sia ricevuta dal datore di lavoro oltre il termine menzionato, atteso che - in base ai principi generali in tema di decadenza, enunciati dalla giurisprudenza di legittimità e affermati, con riferimento alla notificazione degli atti processuali, dalla Corte costituzionale - l'effetto di impedimento della decadenza si collega, di regola, al compimento, da parte del soggetto onerato, dell'attività necessaria ad avviare il procedimento di comunicazione demandato ad un servizio - idoneo a garantire un adeguato affidamento - sottratto alla sua ingerenza, non rilevando, in contrario, che, alla stregua del predetto art. 6, al lavoratore sia rimessa la scelta fra più forme di comunicazione, la quale, valendo a bilanciare la previsione di un termine breve di decadenza in relazione al diritto del prestatore a conservare il posto di lavoro e a mantenere un'esistenza libera e dignitosa (artt. 4 e 36 Cost.), concorre a mantenere un equo e ragionevole equilibrio degli interessi coinvolti. (Nel caso di specie, la Cassazione ha cassato la decisione della Corte di Appello di Palermo enunciando il principio di diritto su espresso)

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Lavoro del Professionista - Diritto a copertura cosittuzionale - Lesione - Risarcibilità - Mobbing

Cass. civ., sez. III, sentenza 2 febbraio 2010 n. 2352

(Pres. Di Nanni, est. Petti)

Il lavoro del professionista rientra negli ambiti degli art. 1, 4, 35 primo comma della Costituzione, secondo le teorie organicistiche e laburistiche anche Europee (cfr. art. 15 primo comma della Carta di Nizza, recepita dal Trattato di Lisbona, e diritto vigente anche per l'Italia), e pone il lavoratore professionista in uno status costituzionalmente protetto, per le connotazioni essenziali e le condizioni di qualificazione e dignità della professione; in altri termini un una posizione soggettiva costituzionalmente protetta. Pertanto l'accertamento del demansionamento di fatto (nel caso di specie, per oltre cinque anni, determinato dalle interferenze ostili del Primario), costituisce un elemento strutturale sia della lesione di detta posizione soggettiva (determinando la legittimazione ad agire contro il soggetto agente), sia del danno ingiusto inerente al vulnus della prestazione professionale e dell'esercizio effettivo della qualifica di aiuto anziano; danno ingiusto risarcibile quale danno conseguenza, sia nei suoi aspetti patrimoniali che non patrimoniali, ove determini un pregiudizio che incide sia sulla vita professionale e di relazione del professionista danneggiatoi (Nel caso di specie, la Cassazione ha cassato la decisione della Corte di Appello di Genova che aveva escluso il risarcimento del danno da demansionamento)

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Rischio lavorativo - Rischio extralavorativo - Possibile concorrenza - Sussiste

Cass. civ., sez. lav., 21 dicembre 2009 n. 26893
 
(Pres. Battimiello, est. Di Nubile)

Il rischio lavorativo e quello extralavorativo - possibili cause dell'insorgere della malattia - non si pongono sempre in termini di reciproca esclusione, ben potendo i due fattori concorrere nella dinamica eziologica di insorgenza ed evoluzione della malattia del lavoratore. Diversamente, spetta all'Inail fornire la prova, rigorosa, della dipendenza della malattia soltanto da fattori estranei all'attività lavorativa, oppure la dimostrazione che l'attività lavorativa prestata non sia stata idonea a causare la malattia riscontrata. (Il principio è quello desumibile dalla sentenza di questa Corte di Cassazione 26.7.2004 n. 14023, la quale ha ritenuto che l'accertamento della inclusione nelle apposite tabelle sia della lavorazione che della malattia comporta l'applicabilità della presunzione di eziologia professionale della patologia sofferta dall'assicurato, con la conseguente insorgenza a carico dell'I.N.A.I.L. dell'onere di dare la prova di una diversa eziologia della malattia stessa ed in particolare della dipendenza dell'infermità, nel caso concreto, da una causa extralavorativa oppure del fatto che la lavorazione, cui il lavoratore è stato addetto, non ha avuto idoneità sufficiente a cagionare la malattia, di modo che, per escludere la tutela assicurativa deve risultare rigorosamente ed inequivocabilmente accertato che vi è stato l'intervento di un diverso fattore patogeno, il quale, da solo o in misura prevalente, ha cagionato o concorso a cagionare la tecnopatia)

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Contributi - Lavoro "nero" - Prova dell'inizio del rapporto di Lavoro

Corte cost., 29 ottobre 2009 n. 275

(Pres. Amirante, rel. Mazzella)

Il datore di lavoro, in caso di accertamento della presenza di lavoratori non regolarmente denunciati, può provare (come ammesso a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 144 del 2005) che il rapporto di lavoro per il quale è contestata l'omissione sia sorto successivamente al primo gennaio dell'anno nel quale è stata elevata la contestazione della violazione, presumendosi in difetto di tale prova che il rapporto decorra dal primo gennaio dell'anno dell'accertamento (La Cassazione recepisce le conclusioni rassegnate dalla Corte costituzionale con la decisione n. 144 del 2005 ove la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 3, comma 3, del D.L. 22 febbraio 2002, n. 12, convertito, con modificazioni, nella L. 23 aprile 2002, n. 73)

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Lavoro stagionale - Qualificabilità del rapporto in termini di part-time verticale - sussiste

Cass. civ., sez. lav., 28 ottobre 2009, n. 22823

(Pres. Sciarelli - rel. Monaci)

In tema di lavoro stagionale, è valida la pattuizione con la quale le parti dispongono che il rapporto di lavoro stagionale tra loro intercorrente prosegua per vari anni e non si estingua alla fine di ciascuna stagione, essendo qualificabile il relativo rapporto come lavoro subordinato part-time di tipo verticale. (Il lavoro a tempo parziale può prevedere una distribuzione della riduzione della prestazione per ciascun giorno - cosiddetto part time orizzontale - ovvero con riferimento alle giornate di lavoro comprese in una settimana, in un mese o in un anno (cosiddetto part time verticale). Nella decisione in esame, il Supremo Collegio reputa che talune ipotesi di lavoro cd. stagionale, ove vi è continuità lavorativa nel tempo, possano essere ricondotte proprio allo schema del part-time verticale, attesa la sussistenza di quegli elementi che lo contraddistinguono)

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Lavoro, Previdenza, Legislazione sociale

Lavoratrice che intenda proseguire nel rapporto di lavoro oltre il sessantunesimo anno di età - onere di comunicare la propria intenzione - discriminazione rispetto alla disciplina prevista per i lavoratori uomini - illegittimità costituzionale

Corte cost., 29 ottobre 2009 n. 275

(Pres. Amirante, rel. Mazzella)

E' costituzionalmente illegittimo l'art. 30 del decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna), nella parte in cui prevede, a carico della lavoratrice che intenda proseguire nel rapporto di lavoro oltre il sessantesimo anno di età, l'onere di dare tempestiva comunicazione della propria intenzione al datore di lavoro, da effettuarsi almeno tre mesi prima della data di perfezionamento del diritto dalla pensione di vecchiaia, e nella parte in cui fa dipendere da tale adempimento l'applicazione al rapporto di lavoro della tutela accordata dalla legge sui licenziamenti individuali. (Secondo la Consulta, nella disposizione censurata, l'onere di comunicazione posto a carico della lavoratrice, condizionando il diritto di quest'ultima di lavorare fino al compimento della stessa età prevista per il lavoratore ad un adempimento - e, dunque, a un possibile rischio - che, nei fatti, non è previsto per l'uomo, compromette ed indebolisce la piena ed effettiva realizzazione del principio di parità tra l'uomo e la donna, in violazione dell'art. 3 Cost., non avendo la detta opzione alcuna ragionevole giustificazione, e dell'art. 37 Cost., risultando nuovamente leso il principio della parità uomo-donna in materia di lavoro)

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