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Lavoro, Previdenza, Legislazione sociale

Lavoro

LICENZIAMENTI – LICENZIAMENTO EX ART. 6 LEGGE 604/1966 – MODIFICA INTRODOTTA DALLA LEGGE 183/2010 – DIFFERIMENTO DELL'ENTRATA IN VIGORE DEL D.L. 255/2010 – AMBITO DI APPLICAZIONE – INEFFICACIA DELL'IMPUGNATIVA STRAGIUDIZIALE DEL LICENZIAMENTO - INCLUSIONE (art. 32 comma I-bis, l. 183/2010)

Cass. Civ., Sez. Lav., sentenza 23 aprile 2014 n. 9203 (Pres. Lamorgese, rel. Bandini)

L’art. 32, comma 1 bis, della legge 4 novembre 2010, n. 183, introdotto dal d.l. 29 dicembre 2010, n. 225, conv. dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, nel prevedere «in sede di prima applicazione» il differimento al 31 dicembre 2011 dell’entrata in vigore delle disposizioni relative al termine di sessanta giorni per l'impugnazione del licenziamento, riguarda tutti gli ambiti di novità di cui al novellato articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e dunque non solo l’estensione dell’onere di impugnativa stragiudiziale ad ipotesi in precedenza non contemplate, ma anche l’inefficacia di tale impugnativa, prevista dal secondo comma del medesimo art. 6, anche per le ipotesi già in precedenza soggette al relativo onere, per l’omesso deposito, nel termine di decadenza stabilito, del ricorso giudiziale o della richiesta del tentativo di conciliazione o arbitrato.

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Lavoro, Previdenza, Legislazione sociale

PERSONALE DIPENDENTE - PASSAGGIO DIRETTO DI PERSONALE TRA AMMINISTRAZIONI DIVERSE - TRASFERIMENTO O CONFERIMENTO DI ATTIVITÀ SVOLTE DA PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI, ENTI PUBBLICI O LORO AZIENDE O STRUTTURE, AD ALTRI SOGGETTI, PUBBLICI O PRIVATI - ART. 31 DEL D.LGS. 30 MARZO 2001, N. 165 - INTERPRETAZIONE - FATTISPECIE

Cass. Civ., sez. lav., sentenza 31 gennaio 2013 n. 2281 (Pres. Roselli, est. Berrino)

In tema di pubblico impiego, i due termini utilizzati dall'art. 31 del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165 (disciplinante il passaggio diretto di personale tra amministrazioni diverse) ai fini dell'applicazione dell'art. 2112 cod. civ., cioè quelli di trasferimento o di conferimento di attività, esprimono, attraverso la loro ampia valenza semantica, la volontà del legislatore di comprendere nello spettro applicativo della suddetta disposizione - in funzione della tutela dei dipendenti pubblici addetti all'attività trasferite - ogni vicenda traslativa riguardante un'attività svolta dal soggetto pubblico a prescindere dallo strumento tecnico adoperato

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Lavoro, Previdenza, Legislazione sociale

Retribuzione percepita all’estero - Ricalcolo per il trattamento pensionistico in Italia - Norma di interpretazione autentica (Legge finanziaria 2007) - Contrasto con l’art. 6 par. 1 Cedu come interpretato dalla Corte EDU con la sentenza 31 maggio 2011, Maggio ed altri contro Italia - Incostituzionalità - Esclusione

Corte Cost., sentenza 28 novembre 2012 n. 264 (Pres. Quaranta, est. Morelli)

L’articolo 1, comma 777, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato − legge finanziaria 2007),  nel fornire la interpretazione dell’articolo 5, secondo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1968, n. 488 (Aumento e nuovo sistema di calcolo delle pensioni a carico dell’assicurazione generale obbligatoria), sostanzialmente prevede che la retribuzione percepita all’estero, da porre a base del calcolo della pensione, debba essere riproporzionata al fine di stabilire lo stesso rapporto percentuale previsto per i contributi versati nel nostro Paese nel medesimo periodo, introducendo nell’ordinamento una interpretazione della disciplina de qua in senso non favorevole rispetto alle posizioni degli assicurati: tale norma non si pone in contrasto con l’articolo 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 (Ratifica ed esecuzione della Convezione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952), come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza 31 maggio 2011, Maggio c/ Italia (La Consulta dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 1, comma 777, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 - legge finanziaria 2007 -, sollevata dalla Corte di cassazione, sezione lavoro, in riferimento all’articolo 117, primo comma, della Costituzione in relazione all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo)

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Lavoro, Previdenza, legislazione sociale

Proposta rivolta dal datore al lavoratore di essere trasferito, previo licenziamento e riassunzione, in altra struttura con numero di dipendenti inferiore a 15 – Rifiuto del lavoratore – licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Illegittimità – Sussiste

Cass. Civ., sez. lav., sentenza 2 gennaio 2013 n. 6 (Pres. Venuti, rel. D'Antonio)

Il dipendente che rifiuti la proposta rivoltagli dal datore di lavoro, di essere trasferito, previo licenziamento e riassunzione, in altra struttura con numero di dipendenti inferiore a 15, non è idoneo a costituire giustificato motivo oggettivo e, pertanto, il conseguente licenziamento è illegittimo.

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Lavoro, Previdenza, legislazione sociale

Poste – Contratti a termine – Disciplina speciale – Contrasto con l'ordinamento UE – Esclusione

Cass. civ., sez. Lav., sentenza 11 luglio 2012 n. 11659 (Pres. Canevari, rel. Di Cerbo)

In linea con le indicazioni fornite dalla Corte di giustizia dell'Unione europea (C-20/10, Vino), va affermato che la parziale liberalizzazione delle assunzioni a termine nel settore delle poste ex art. 2, comma 1-bis, del d.lgs. n. 368 del 2001 non contrasta con l'ordinamento comunitario.

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Lavoro, Previdenza, legislazione sociale

Rapporto di lavoro irregolare – Lavoratrice in stato di gravidanza – Licenziamento – Diritto alle retribuzioni successive alla cessazione del lavoro – Sussiste – Conoscenza dello stato di gravidanza da parte del datore - Rilevanza - Esclusione

Cass. civ., sez. Lav., sentenza 20 luglio 2012 n. 12693 (Pres. Vidiri, rel. Mancino)

In tema di rapporto di lavoro irregolare, la lavoratrice in stato di gravidanza o puerperio licenziata nonostante il divieto di licenziamento ha diritto alle retribuzioni successive alla data di effettiva cessazione del rapporto, indipendentemente dall'invio della relativa certificazione medica ove il datore di lavoro abbia avuto comunque conoscenza effettiva dello stato di gravidanza

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Lavoro, Previdenza, legislazione sociale

Impiego pubblico - concorsi – diritto del vincitore all’inquadramento previsto nel bando

Cass. Civ., Sez. Un., sentenza 2 ottobre 2012 n. 16728 (Pres. Rovelli, rel. Mammone)

In tema di impiego pubblico privatizzato, il diritto del candidato vincitore ad assumere l’inquadramento previsto dal bando di concorso, espletato dalla P.A. per il reclutamento dei propri dipendenti, è subordinato alla permanenza, al momento dell’adozione del provvedimento di nomina, dell’assetto organizzativo degli uffici in forza del quale il bando era stato emesso.

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Lavoro, Previdenza, legislazione sociale

Art. 9, comma 22, d.l. n. 78 del 2010 – Questione di Legittimità Costituzionale – Violazione artt. 3, 100, 101, 104 e 108 della Costituzione – Fondatezza - retribuzione ed adeguamento retributivo dei magistrati – Guarentigia per mettere a riparo l'autonomia e la indipendenza – Conseguenze – Modi e limiti dell'intervento legislativo

Corte Cost., sentenza 11 ottobre 2012 n. 223 (Pres. Quaranta, est. Tesauro)

In materia di retribuzione e adeguamento retributivo dei magistrati, l’indipendenza degli organi giurisdizionali si realizza anche mediante «l’apprestamento di garanzie circa lo status dei componenti nelle sue varie articolazioni, concernenti, fra l’altro, oltre alla progressione in carriera, anche il trattamento economico». E, infatti, il meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni concretizza una guarentigia idonea a tale scopo. Per questa ragione, attraverso un meccanismo di adeguamento automatico del trattamento economico dei magistrati, la legge, sulla base dei principi costituzionali, ha messo al riparo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da qualsiasi forma di interferenza, che potesse, sia pure potenzialmente, menomare tale funzione, attraverso una dialettica contrattualistica. In tale assetto costituzionale, pertanto, il rapporto fra lo Stato e la magistratura, come ordine autonomo ed indipendente, eccede i connotati di un mero rapporto di lavoro, in cui il contraente-datore di lavoro possa al contempo essere parte e regolatore di tale rapporto. Ne consegue che il meccanismo di adeguamento delle retribuzioni dei magistrati può solo a certe condizioni essere sottoposto per legge a limitazioni, in particolare quando gli interventi che incidono su di esso siano collocati in un quadro di analoghi sacrifici imposti sia al pubblico impiego (attraverso il blocco della contrattazione – sulla base della quale l’ISTAT calcola l’aumento medio da applicare), sia a tutti i cittadini, attraverso correlative misure, anche di carattere fiscale (La Corte Costituzionale: 1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 9, comma 22, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, nella parte in cui dispone che, per il personale di cui alla legge 19 febbraio 1981, n. 27 (Provvidenze per il personale di magistratura) non sono erogati, senza possibilità di recupero, gli acconti degli anni 2011, 2012 e 2013 ed il conguaglio del triennio 2010-2012 e che per tale personale, per il triennio 2013-2015 l’acconto spettante per l’anno 2014 è pari alla misura già prevista per l’anno 2010 e il conguaglio per l’anno 2015 viene determinato con riferimento agli anni 2009, 2010 e 2014; nonché nella parte in cui non esclude che a detto personale sia applicato il primo periodo del comma 21; 2) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 9, comma 22, del d.l. n. 78 del 2010, nella parte in cui dispone che l’indennità speciale di cui all’articolo 3 della legge n. 27 del 1981, spettante al personale indicato in tale legge, negli anni 2011, 2012 e 2013, sia ridotta del 15% per l’anno 2011, del 25% per l’anno 2012 e del 32% per l’anno 2013; 3) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 9, comma 2, del d.l. n. 78 del 2010, nella parte in cui dispone che a decorrere dal 1° gennaio 2011 e sino al 31 dicembre 2013 i trattamenti economici complessivi dei singoli dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, previsti dai rispettivi ordinamenti, delle amministrazioni pubbliche, inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), ai sensi del comma 3, dell’art. 1, della legge 31 dicembre 2009, n. 196 (Legge di contabilità e finanza pubblica), superiori a 90.000 euro lordi annui siano ridotti del 5% per la parte eccedente il predetto importo fino a 150.000 euro, nonché del 10% per la parte eccedente 150.000 euro; 4) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 12, comma 10, del d.l. n. 78 del 2010, nella parte in cui non esclude l’applicazione a carico del dipendente della rivalsa pari al 2,50% della base contributiva, prevista dall’art. 37, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032 (Approvazione del testo unico delle norme sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti civili e militari dello Stato)

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Professionisti – Obblighi contributivi – Reddito da esercizio della professione – Concetto – Contrasto in Giurisprudenza

Cass. Civ., Sez. Lav., sentenza 29 agosto 2012 n. 14684

Al fine di stabilire se i redditi prodotti dall'attività di un libero professionista siano qualificabili come redditi professionali, soggetti, come tali, alla contribuzione dovuta alla Cassa previdenziale di categoria, il concetto di "esercizio della professione" debba essere interpretato non in senso statico e rigoroso, bensì tenendo conto dell'evoluzione subita nel mondo contemporaneo (rispetto agli anni cui risale la normativa di "sistema" dettata per le varie libere professioni) dalle specifiche competenze e dalle cognizioni tecniche libero professionali; evoluzione che ha comportato (come opportunamente si è sottolineato in dottrina) la progressiva estensione dell'ambito proprio dell'attività professionale, con occupazione, da parte delle professioni, di tutta una serie di spazi inesistenti nel quadro tipico iniziale e, specificamente, per la professione di ingegnere, l'assunzione di connotazioni ben più ampie e di applicazioni diversificate rispetto a quelle originariamente previste. Ne consegue che nel concetto in questione deve ritenersi compreso, oltre all'espletamento delle prestazioni tipicamente professionali (ossia delle attività riservate agli iscritti negli appositi albi) anche l'esercizio di attività che, pur non professionalmente tipiche, presentino, tuttavia un "nesso" con l'attività professionale strettamente intesa, in quanto richiedono le stesse competenze tecniche di cui il professionista ordinariamente si avvale nell'esercizio dell'attività professionale e nel cui svolgimento, quindi, mette a frutto (anche) la specifica cultura che gli deriva dalla formazione tipo logicamente propria della sua professione. Questa interpretazione, valida per tutte le categorie professionali si traduce nell'escludere la sussistenza dell'obbligo contributivo solamente nel caso in cui non sia, in concreto, ravvisabile un intreccio tra tipo di attività e conoscenze tipiche del professionista

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R.D.L. n. 1334 del 1937 - Decorrenza del congedo matrimoniale ivi previsto - Decorrenza necessaria dal giorno del matrimonio - Esclusione

Cass. Civ., sez. Lav., sentenza 6 giugno 2012 n. 9150 (Pres. Roselli, Rel. Balestrieri)

L’articolo unico del R.D.L. n. 1334\37, convertito in legge 23 dicembre 1937 n. 2387, prevede soltanto il diritto degli impiegati privati di cui al R.D.L. n. 1825\24, ad un congedo straordinario per contrarre matrimonio non eccedente la durata di quindici giorni. Benché la norma stabilisca che il congedo spetti per contrarre il matrimonio, n in assenza di specifica disciplina collettiva, ed essendo la norma evidentemente diretta a tutelare le personali esigenze del lavoratore in occasione delle nozze, anche costituzionalmente tutelate (art. 31, comma 1, Cost.), non può ritenersi che tale periodo debba necessariamente decorrere dal giorno del matrimonio. Quest’ultimo deve intendersi come la causa che fa sorgere il diritto del lavoratore, e non il dies a quo dello stesso. Soccorrono infatti in materia i principi di buona fede e correttezza nell’adempimento delle obbligazioni e nell’esecuzione del contratto (artt. 1175 e 1375 c.c.), sicché, contemperando le tutelate esigenze personali del lavoratore in occasione del matrimonio, e le esigenze organizzative dell’impresa (che potrebbero giustificare una differente collocazione temporale del congedo ove siano gravi e comprovate), deve ritenersi che il periodo di fruizione debba essere giustificato dall’evento matrimonio e che tale necessario collegamento, da un lato, non impone che la giornata del matrimonio debba essere necessariamente ricompresa nei quindici giorni di congedo, ma, dall’altro, non può neanche comportare che la relativa fruizione sia del tutto svincolata dell’evento giustificativo. Ne consegue che il congedo per matrimonio, che il lavoratore deve richiedere con sufficiente anticipo, spetti, in difetto di specifica disciplina contrattuale collettiva, laddove il periodo richiesto sia ragionevolmente connesso, in senso temporale, con la data delle nozze, ciò essendo sufficiente a mantenere il necessario rapporto causale con l’evento.

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