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Contratti e obbligazioni

Contratti e obbligazioni

Polizza fideiussoria - contratto autonomo di Garanzia - Criteri distintivi - Polizza fideiussoria stipulata a garanzia delle obbligazioni assunte da un appaltatore - Invalidità se stipulata successivamente rispetto all'inadempimento delle obbligazioni garantite


Cass. civ., Sez. Unite, sentenza 18 febbraio 2010 n. 3947

(Pres. Carbone, est. Papa)

La polizza fideiussoria stipulata a garanzia delle obbligazioni assunte da un appaltatore assurge a garanzia atipica, a cagione dell'insostituibilità della obbligazione principale, onde il creditore può pretendere dal garante solo un risarcimento, prestazione diversa da quella alla quale aveva diritto. Con la precisazione, peraltro, della invalidità della polizza stessa se intervenuta successivamente rispetto all'inadempimento delle obbligazioni garantite (dalla motivazione dell'importante sentenza: , il contratto autonomo di garanzia costituisce espressione di quella autonomia negoziale riconosciuta alle parti dall'art. 1322 c.c., comma 2, che si configura come un coacervo di rapporti nascenti da autonome pattuizioni fra il destinatario della prestazione (beneficiario della garanzia), il garante (di solito una banca straniera), l'eventuale controgarante (soggetto non necessario, che solitamente si identifica in una banca nazionale che copre la garanzia assunta da quella straniera) e il debitore della prestazione (l'ordinante). Caratteristica fondamentale di tale contratto, che vale a distinguerlo da quello di fideiussione di cui agli artt. 1936 e seguenti cod. civ., è la carenza dell'elemento dell'accessorietà: il garante s'impegna a pagare al beneficiario, senza opporre eccezioni in ordine alla validità e/o all'efficacia del rapporto di base, e identico impegno assume il controgarante nei confronti del garante)

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Banca - Art. 43, comma 2, r.d. n. 1736 del 1933 - Pagamento di assegno non tarsferibile - Responsabilità della Banca

Cass. civ., sez. II, sentenza 31 marzo 2010 n. 7949 

(Pres. Luccioli, est. Felicetti)

Il disposto dell'art. 43, comma 2, del r.d. n. 1736 del 1933 - applicabile anche all'assegno circolare in virtù del richiamo del successivo art. 86 - va interpretato nel senso che esso, disponendo che colui che paga un assegno non trasferibile a persona diversa dal beneficiario o dal banchiere giratario per l'incasso risponde del pagamento, regola in modo autonomo l'adempimento del pagamento dell'assegno non trasferibile, con deviazione sia dalla disciplina generale del pagamento dei titoli di credito con legittimazione variabile dettata dall'art. 1992 cod. civ., sia dal disposto del diritto comune delle obbligazioni di cui all'art. 1189 cod. civ., che libera il debitore che esegua in buona fede il pagamento in favore del creditore apparente. E ciò nel senso che, nel caso di assegno non trasferibile, la banca che abbia effettuato il pagamento in favore di chi non era legittimato a riceverlo non è liberata dall'obbligazione finché non paghi all'ordinatario esattamente individuato, ovvero al banchiere suo giratario per l'incasso, a prescindere dalla sussistenza di una colpa nell'errore d'identificazione del prenditore. Il pagamento dell'assegno bancario non trasferibile effettuato in violazione di quanto prescritto dall'art. 43 dà luogo, pertanto, a responsabilità della banca trattaria nei confronti del beneficiario dell'assegno (Nel caso di specie, la Cassazione ha richiamato l'ormai consolidato indirizzo giurisprudenziale, sposato anche dalle Sezioni Unite: Cass. 9 febbraio 1999, n. 1098; 12 marzo 2003, n. 3654; 13 maggio 2005, n. 10118; 25 agosto 2006, n. 18543; Cass. Sez. un. 26 giugno 2007, n. 14712)

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Contratti Bancari - contratto di Conto Corrente - Natura giuridica - Contratto innominato - da parte del banchiere agli obblighi discendenti dal contratto di conto corrente

Cass. civ., sez. II, sentenza 10 marzo 2010 n. 5843

(Pres. Carnevale, est. Cultrera)

Il contratto di conto corrente bancario previsto dall'art. 1852 c.c. rappresenta un negozio innominato misto, avente natura complessa, alla cui costituzione e disciplina concorrono plurimi e distinti schemi negoziali i quali si fondono in ragione dell'unitarietà della causa. Per un verso assume rilievo preminente nella sua struttura l'impegno della banca, riconducibile al rapporto di mandato che è espressamente richiamato dall'art. 1856 c.c. che estende ad essa la responsabilità del mandatario prevista dall'art. 1703 c.c., in forza del quale si assume l'obbligo di agire con diligenza eseguendo pagamenti ovvero riscuotendo crediti su ordine del cliente, fornendo in sostanza un servizio di cassa di cui è obbligata nel contempo a compiere fedele e regolare annotazione sul conto corrente. Per altro verso, consente il deposito del risparmio del correntista, ed impegna quindi la banca alla restituzione delle somme ivi confluite. Contiene altresì elementi tipici della delegazione, ovvero degli altri contratti tipici, identificabili con riferimento alle singole operazioni bancarie in esso confluite, le cui norme si applicano all'occorrenza. (Nel caso di specie, la Cassazione ha emesso la sua sentenza sul solco del datato arresto n. 3701 del 1971; v. di recente Cass. n. 18107-2009. In prospettiva correlata alla sua prima e senz'altro preminente funzione, tipica del mandato, la banca si assume pertanto in qualità di mandataria un obbligo di facere, consistente nel registrare correttamente sul conto le operazioni eseguite su ordine del correntista, che si concreta, laddove si accerti che talune di esse non siano riferibili a sue precise istruzioni, l'obbligo di eliminarle, ricostituendo la posizione contabile corretta senza considerarle. Se ciò non avviene, la banca contravviene a preciso obbligo contrattuale e deve rispondere del conseguente illecito compiuto)

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Importo massimo garantito – art. 1938 c.c. - Applicabilità alle gatanzie personali atipiche – Sussiste

Cass. civ., sez. III, 26 gennaio 2010 n. 1520

(Pres. Di Nanni, est. Petti)

L'art. 1938 c.c. nel testo novellato (dalla L. n. 154 del 1992, n. 154, art. 10), pur essendo inserita nella disciplina tipica dello istituto della fideiussione, introduce un principio generale di garanzia e di ordine pubblico economico, suscettibile di valenza generale anche per le garanzie personali atipiche e tra queste quelle di patronage ed è relativa ad una norma che presuppone un contratto in essere ma con obbligazione o clausola condizionale nulla per contrarietà a precetto imperativo (La corte ha anche precisato che la delimitazione della obbligazione condizionale futura con la previsione, in questo ultimo caso, dello importo massimo garantito, è stata introdotta dal legislatore italiano in adesione agli artt. 85 e 86 del trattato CEE, come chiarito dalla stessa Corte di Giustizia CEE con la sentenza 21 gennaio 1998 (nelle cause riunite C 216/96 e 216/96), di guisa che il legislatore italiano, con la novellazione del 1992 ha aderito alla conformazione della normativa italiana alle superiori regole comunitarie derivanti dal trattato. (Cfr. anche Cass. 13 aprile 2000 n. 4801 e 9 marzo 2005 n. 5166)

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Atti negoziali – Intepretazione autentica – Da parte del terzo - ininfluente

Cass. civ., sez. II, sentenza 5 marzo 2010 n. 5440

(Pres. Mensiteri, est. Piccialli)

L'interpretazione autentica di un atto di autonomia privata non può provenire se non dalle medesime che abbiano posto in essere la manifestazione volitiva, produttiva degli effetti giuridici previsti dall'ordinamento, e non anche da parte di diversi soggetti, quand'anche si tratti di pubblico ufficiale che abbia rogato l'atto, il cui compito di interpretare e tradurre in termini giuridico-formali detta volontà non può essere svolto a posteriori, ma deve tradursi, nell'immediatezza della relativa manifestazione alla propria presenza, nella fedele rappresentazione del contenuto della stessa, rendendone edotti i dichiaranti prima della relativa sottoscrizione (Nel caso di specie, era stata prodotta una attestazione notarile da parte di un notaio, ad interpretazione dell'atto negoziale rogato. Per la Corte tale atto non era né ammissibile, come prova, né valido, come interpretazione della volontà altrui)

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Appalto - Corruzione - Risarcimento del danno - Concorso e nesso di causalità

Cass. civ., sez. III, 16 febbraio 2010 n. 3672

Qualora l'ente danneggiato agisca nei confronti dell'appaltatore, nell'ambito del rapporto giuridico con lo stesso instaurato, per il risarcimento del danno derivatogli dalla condotta illecita da questo perpetrata, il giudice deve indagare - anche d'ufficio - in base agli atti acquisiti, in ordine alla eventuale cooperazione attiva dello stesso ente danneggiato - cui è direttamente riferibile la condotta, anche dolosa, del suo funzionario od impiegato a norma dell'art. 41 cod. pen. (Cass. 18544/2009, 5127/2004), con conseguente riduzione della responsabilità civile del danneggiante ai sensi dell'art. 1227 c.c., comma 1, - richiamato dall'art. 2056 cod. civ. per quella extracontrattuale (Cass. 564/2005, 4954/2007) - ove i comportamenti dell'uno e dell'altro abbiano determinato una situazione tale che, senza uno di essi, l'evento non si sarebbe verificato (art. 40 cod. pen.) e che nel reato di corruzione - contestato nei procedimenti penali - l'accordo illecito è raggiunto su un piano di sostanziale parità delle parti.

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Responsabilità della PA per il fatto del suo dipendente - Presupposti

Cass. civ., sez. III, 16 febbraio 2010 n. 3672

in tema di responsabilità della P.A. per fatto lesivo cagionato dall'operato dei suoi dipendenti, che non può essere esclusa la sussistenza del rapporto di occasionalità necessaria tra l'attività del dipendente e l'evento lesivo in presenza dell'eventuale abuso compiuto da quest'ultimo o dall'illegittimità anche penale del suo operato, qualora la condotta del dipendente medesimo si innesti, comunque, nel meccanismo dell'attività complessiva dell'ente, sì che il riferimento della condotta del dipendente alla P.A. può venire meno solo quando egli agisca come semplice privato, per un fine strettamente personale ed egoistico, ed il suo comportamento non sia perciò diretto al conseguimento di fini istituzionali che, in quanto propri della Amministrazione, possono anche considerarsi propri dell'ufficio nel quale il dipendente stesso è inserito.

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Parcheggio - Aree comunali di sosta a pagamento istituite ex art. 7 comma 1, lett. F Codice della Strada - Natura giuridica del contratto - Obbligo di custodia

Cass. civ., sez. III, 19 gennaio 2010 n. 683

(Pres. Varrone, rel. Frasca)

Vanno rimessi gli atti al Primo Presidente, per l'eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite, atteso che la Suprema Corte ha emesso, nel 2009, due decisioni di segno opposto sulle questioni relative alla qualificazione del contratto concluso dall'utente allorquando acceda per la sosta ad un'area destinata al parcheggio dal comune e data in concessione a terzi, all'incidenza che su tale qualificazione può avere la circostanza che il parcheggio sia stato istituito dal predetto ente nella supposizione di esercitare il potere di cui all'art. 7, lettera f) del CdS e all'assunzione, o meno, da parte del gestore, dell'obbligo di custodia .

Il contrasto. 

a) Cass. 27 gennaio 2009 n. 1957 si è così espressa: "In caso di parcheggio di un automezzo in un'area recintata a ciò predisposta e gestita da una società, va esclusa l'applicabilità della norma di cui all'art. 7, comma 1 lett. f), del d.lgs. n. 285 del 1992, che si riferisce alla destinazione di zone cittadine a parcheggio con dispositivi di controllo della durata della sosta a pagamento, vertendosi, invece, in tema di contratto atipico di parcheggio per la cui disciplina occorre far riferimento alle norme relative al deposito. Peraltro, per la sussistenza dell'obbligo di custodia, non é necessario l'affidamento del veicolo ad una persona fisica, poiché la consegna può realizzarsi attraverso l'immissione dello stesso nella predetta area, previo perfezionamento del contratto mediante l'introduzione di monete nell'apposito meccanismo, ben potendo l'obbligo di custodia prescindere dalla presenza di persone addette specificamente a ricevere quella consegna e ad effettuare la connessa sorveglianza, bastando in proposito diverse ed equipollenti modalità, quali l'adozione di sistemi automatizzati per la procedura di ingresso e di uscita dei veicoli dal parcheggio mediante schede magnetizzate. Ne consegue la responsabilità del gestore nel caso di furto del veicolo, senza che essa possa essere esclusa dall'avviso affisso prima dell'ingresso nell'area del parcheggio, con cui il gestore rappresenti di non rispondere del furto totale o parziale delle auto, poiché essa rappresenta una clausola di esclusione della responsabilità di carattere vessatorio e, pertanto, inefficace se non approvata specificamente per iscritto, dovendosi qualificare la medesima come condizione generale di contratto, nel mentre il predetto avviso, può, piuttosto, ritenersi assimilabile ad un'offerta al pubblico ai sensi dell'art. 1336 cod. civ.";

b) Cass. 13 marzo 2009 n. 6169, viceversa, si è così espressa: "L'istituzione da parte dei comuni, previa deliberazione della giunta, di aree di sosta a pagamento ai sensi dell'art. 7, primo comma, lettera f), del d. lgs. 30 aprile 1992 n. 285 (codice della strada), non comporta l'assunzione dell'obbligo di custodia dei veicoli in esse parcheggiati, per espressa previsione di legge, né tale obbligo può sorgere dalle modalità concrete di organizzazione della sosta (quali ad esempio l'adozione di recinzioni, di speciali modalità di accesso ed uscita, o dispositivi di controllo); pertanto, la sosta di un veicolo in tali aree dà luogo ad un contratto di deposito atipico, dal quale non sorge la responsabilità del depositario in caso di furto del mezzo. Trovando l'assenza di un obbligo di custodia la sua fonte direttamente nella legge e non in una clausola contrattuale limitatrice di responsabilità, il regolamento con espressa avvertenza che il gestore dell'area di parcheggio non risponde del furto del veicolo e di quanto in esso contenuto, non necessita di approvazione per iscritto ai sensi dell'art. 1341 cod. civ.".)

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Clausole ex art. 1341 c.c. - Approvazione

Cass. civ., sez. II, 15 dicembre 2009 n. 20106 

(Pres. Rovelli, rel. Bucciante)

Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, per la validità delle clausole ex art. 1341 c.c. è necessaria una ulteriore e separata sottoscrizione specificamente riferita alle clausole vessatorie, previa loro opportuna evidenziazione mediante o la ritrascrizione integrale, o quanto meno un'elencazione contenente il richiamo al preciso contenuto di ognuna. (In tal senso, tra le più recenti pronunce, v. Cass. 29 febbraio 2008 n. 5733)

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Abuso del diritto - Principio generale dell'ordinamento che vieta l'abuso del diritto - Sussiste - Conseguenze in caso di abuso

Cass. civ., sez. III, 18 settembre 2009 n. 20106

(Pres. Varrone, rel. Urban)

Gli elementi costitutivi dell'abuso del diritto - ricostruiti attraverso l'apporto dottrinario e giurisprudenziale - sono i seguenti: 1) la titolarità di un diritto soggettivo in capo ad un soggetto; 2) la possibilità che il concreto esercizio di quel diritto possa essere effettuato secondo una pluralità di modalità non rigidamente predeterminate; 3) la circostanza che tale esercizio concreto, anche se formalmente rispettoso della cornice attributiva di quel diritto, sia svolto secondo modalità censurabili rispetto ad un criterio di valutazione, giuridico od extragiuridico; 4) la circostanza che, a causa di una tale modalità di esercizio, si verifichi una sproporzione ingiustificata tra il beneficio del titolare del diritto ed il sacrifico cui è soggetta la controparte. L'abuso del diritto, quindi, lungi dal presupporre una violazione in senso formale, delinea l'utilizzazione alterata dello schema formale del diritto, finalizzata al conseguimento di obiettivi ulteriori e diversi rispetto a quelli indicati dal Legislatore. È ravvisabile, in sostanza, quando, nel collegamento tra il potere di autonomia conferito al soggetto ed il suo atto di esercizio, risulti alterata la funzione obiettiva dell'atto rispetto al potere che lo prevede. Come conseguenze di tale, eventuale abuso, l'ordinamento pone una regola generale, nel senso di rifiutare la tutela ai poteri, diritti e interessi, esercitati in violazione delle corrette regole di esercizio, posti in essere con comportamenti contrari alla buona fede oggettiva. In caso di abuso, la parte lesa ha diritto al risarcimento del danno (Nel caso di specie, la Cassazione ha ritenuto ormai acclarato che anche il principio dell'abuso del diritto è uno dei criteri di selezione, con riferimento al quale esaminare anche i rapporti negoziali che nascono da atti di autonomia privata, e valutare le condotte che, nell'ambito della formazione ed esecuzione degli stessi, le parti contrattuali adottano. Il leit motiv è il seguente: Qualora la finalità perseguita non sia quella consentita dall'ordinamento, si avrà abuso)

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