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Contratti e obbligazioni

Contratti e obbligazioni

Contratti ad esecuzione continuata o periodica - Principio della non retroattività della risoluzione - Diritto al compenso per la prestazione già eseguita, nonostante la risoluzione - Sussiste


Cass. Civ., sez. III, sentenza 6 dicembre 2011 n. 26199

(Pres. Amatucci, rel. Amendola)

Il principio della non retroattività della risoluzione, rispetto ai contratti ad esecuzione continuata o periodica, non può non implicare, relativamente alle prestazioni già eseguite, la conservazione del diritto di ricevere la controprestazione, nonostante la risoluzione del vincolo negoziale, di talché per tali contratti il valore abdicativo della domanda di risoluzione, rispetto alla domanda di adempimento, secondo le previsioni dell'art. 1453 secondo comma cod. civ., va circoscritto a quella sola parte del rapporto per la quale è logicamente configurabile una scelta, su un piano di alternatività, fra risoluzione ed adempimento, mentre è inestensibile a quella parte che rimane ope legis insensibile alla vicenda risolutiva, perché adempimento, sia pure di uno solo dei contraenti, vi è stato.

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Nullità del contratto - Rilievo d'Ufficio - In caso di domanda di adempimento - Anche in caso di domanda di risoluzione, rescissione, annullamento - contrasto di giurisprudenza - Remissione alle Sezioni Unite

 
Cass. Civ., sez. I, ordinanza 28 novembre 2011, n. 25151

(Pres. Carnevale, rel. De Chiara)

Rinvenendosi un contrasto di orientamenti, consapevole ma non ancora composto, sulla questione se sia ammesso il rilievo officioso della nullità del contratto soltanto quando sia stata formulata la domanda di esatto adempimento, oppure anche allorché sia stata proposta la domanda di risoluzione, annullamento o rescissione del contratto, va disposta la rimessione degli atti al primo Presidente, per l'eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite.

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Contratto preliminare - Effetto traslativo - Art. 2932 c.c. - Pagamento del prezzo - Sentenza subordinata al pagamento del prezzo - Sentenza condizionale

Cass. Civ., sez. II, sentenza 21 ottobre 2011 n. 21896

(Pres. Di Celso, rel. Manna)

L'effetto traslativo della sentenza di esecuzione in forma specifica degli obblighi derivanti da un contratto preliminare di compravendita immobiliare è subordinato alla condizione del pagamento del prezzo (o del suo residuo) ove le parti abbiano pattuito che tale versamento debba avvenire all'atto della stipulazione del contratto definitivo (Cass. nn. 1964/00, 1839/97, 10069/96 e 3926/96). La prestazione del corrispettivo della cessione della proprietà, o la sua offerta, costituiscono, quindi, condizioni dell'azione ex art.2932 c.c. sicché ove il corrispettivo debba essere prestato al momento della stipulazione del definitivo, il giudice deve subordinare l'effetto traslativo al pagamento del prezzo, secondo la collaudata tecnica della sentenza condizionale (giurisprudenza costante di questa Corte: v. per tutte e da ultimo, Cass. n.16881/07)

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Casi in cui la legge prevede sotto pena di nullità, per la conclusione del contratto, la forma scritta - possibilità che il proponente acquisisca la conoscenza della intervenuta accettazione per iscritto da parte dell'oblato con mezzo che non riveste la forma scritta - telefonata - Sussiste - Accertamento dell'effettiva e tempestiva conoscenza

Cass. civ., Sez. II., sentenza 12 luglio 2011 n. 15293

(Pres. Triola, Rel. Giusti)

Nei contratti formali, l'accettazione della proposta non deve necessariamente pervenire direttamente nelle mani del proponente attraverso la consegna di un documento che la contenga. Nella disciplina dettata dal codice civile, il momento conclusivo del vincolo contrattuale è quello (ex art. 1326, primo comma) in cui colui che ha fatto la proposta ha conoscenza dell'accettazione dell'altra parte, avendo il legislatore "dettato una norma (l'art. 1335 cod. civ.) che stabilisce una presunzione di conoscenza (con l'arrivo... dell'accettazione all'indirizzo del destinatario, cioè al luogo più idoneo per la... ricezione) che si aggiunge, ma non esclude altri modi di conoscenza. Il principio della cognizione che vige nella conclusione del contratto richiede che entrambe le parti abbiano conoscenza della loro concorde volontà, conoscenza che può realizzarsi comunque (sempre che le due dichiarazioni siano redatte per iscritto)

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Disarticolazione del rapporto obbligatorio - Abuso del diritto - Sussiste

Cons Stato, Ad Plen., 23 marzo 2011 n. 3

(Pres. De Lise, Rel. Caringella)

La disarticolazione, da parte del creditore, dell'unità sostanziale del rapporto (sia pure nella fase patologica della coazione all'adempimento), oltre a violare il generale dovere di correttezza e buona fede, in quanto attuata nel processo e tramite il processo, si risolve anche in abuso dello stesso ed in una violazione del canone del giusto processo. Viene così in rilievo una condotta che, pur formalmente conforme al paradigma normativo, disattende il limite modale che impone al titolare di ogni situazione soggettiva di non azionarla con strumenti, sostanziali e processuali, che infliggano all'interlocutore un sacrificio non comparativamente giustificato dal perseguimento di un lecito e ragionevole interesse. Il divieto di abuso del diritto si applica allora anche in chiave processuale: il creditore deve evitare di esercitare un'azione con modalità tali da implicare un aggravio della sfera del debitore, sì che il divieto di abuso del diritto diviene anche divieto di abuso del processo Si giunge, così, all'elaborazione della figura dell'abuso del processo quale esercizio improprio, sul piano funzionale e modale, del potere discrezionale della parte di scegliere le più convenienti strategie di difesa (conf. Cass., sez. I, 3 maggio 2010, n. 10634, che applica il principio del divieto di abuso del processo ai fini della liquidazione delle spese giudiziali; per un ancoraggio dell'abuso del processo, in correlazione agli artt. 24, 111 e 113 Cost. nonché ai principi del diritto europeo, si vedano gli articoli 88, 91, 94 e 96 del codice di rito civile e gli artt. 1, 2 e 26 del codice del processo amministrativo)

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Art. 1227 c.c. - Interpretazione evolutiva

Cons Stato, Ad Plen., 23 marzo 2011 n. 3

(Pres. De Lise, Rel. Caringella)

Risulta superato il tradizionale indirizzo restrittivo secondo il quale il canone della "diligenza" di cui all'art. 1227, comma 2, imporrebbe il mero obbligo (negativo) del creditore di astenersi da comportamenti volti ad aggravare il danno, mentre esulerebbe dallo spettro degli sforzi esigibili la tenuta di condotte di tipo positivo sostanziantisi in un facere. Un'interpretazione estensiva ed evolutiva del comma 2 dell'art. 1227, vuole che il creditore è gravato non soltanto da un obbligo negativo (astenersi dall'aggravare il danno), ma anche da un obbligo positivo (tenere quelle condotte, anche positive, esigibili, utili e possibili, rivolte a evitare o ridurre il danno). Tale orientamento si fonda su una lettura dell'art. 1227, comma 2, alla luce delle clausole generali di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. e, soprattutto, del principio di solidarietà sociale sancito dall'art. 2 Cost. Detto approccio ermeneutico è, quindi, ispirato da una lettura della struttura del rapporto obbligatorio in forza della quale, anche nella fase patologica dell'inadempimento, il creditore, ancorché vittima dell'illecito, è tenuto ad una condotta positiva (cd. controazione) tesa ad evitare o a ridurre il danno. Un limite all'obbligazione cooperativa e mitigatrice del creditore e agli sforzi in capo allo stesso esigibili è, peraltro, rappresentato dalla soglia del c.d. apprezzabile sacrificio: il danneggiato è tenuto ad agire diligentemente per evitare l'aggravarsi del danno, ma non fino al punto di sacrificare i propri rilevanti interessi personali e patrimoniali, attraverso il compimento di attività complesse, impegnative e rischiose. L'obbligo di cooperazione gravante sul creditore, espressione del dovere di correttezza nei rapporti fra gli obbligati, non comprende, pertanto, l'esplicazione di attività straordinarie o gravose attività, ossia un "facere" non corrispondente all' id quod plerumque accidit. (così, da ultimo, Cass.civ., sez. I, 5 maggio 2010, n. 10895)

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Anatocismo - Interessi - Calcolo

Cass. civ., sez. III, sentenza 3 maggio 2011 n. 9695

(Pres. Trifone, rel. De Stefano)

E' illegittima la capitalizzazione trimestrale degli interessi sui saldi di conto corrente bancario passivi per il cliente, se prevista da clausole anatocistiche stipulate prima del d.lgs. 342/99 e della delibera del CICR prevista dall'art. 25 comma 2 di tale decreto, in quanto siffatte clausole, secondo i principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, sono disciplinate dalla normativa anteriormente in vigore e, quindi, sono da considerare mille in quanto stipulate in violazione dell'art. 1283 c.c., perché basate su di un uso negoziale, anziché sudi un uso normativo, mancando di quest'ultimo il necessario requisito soggettivo, consistente nella consapevolezza di prestare osservanza, operando in un certo modo, ad una norma giuridica, per la convinzione che il comportamento tenuto è giuridicamente obbligatorio,- in quanto conforme ad una norma che già esiste o che si reputa debba fare parte dell'ordinamento giuridico

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Contratto stipulato dal professionista con la Pubblica Amministrazione - Forma scritta - A pena di nullità - Sufficienza della delibera di conferimento dell'incarico - Esclusione

Cass. civ., sez. I, sentenza 14 aprile 2011 n. 8539

(Pres. Vitrone, rel. Mercolino)

Ai sensi degli artt. 16 e 17 del regio decreto 18 novembre 1923, n. 2440, il contratto di prestazione d'opera professionale stipulato con una Pubblica Amministrazione, ancorché quest'ultima agisca jure privatorum deve rivestire, a pena di nullità, la forma scritta; l'osservanza di tale requisito, che risponde ad evidenti finalità di garanzia del regolare svolgimento dell'attività amministrativa, presuppone la redazione di un atto recante la sottoscrizione del professionista e dell'organo legittimato a manifestare la volontà dell'ente pubblico nei rapporti esterni, nonché l'indicazione dell'oggetto dell'incarico e dell'entità del compenso, non risultando a tal fine sufficiente la delibera con cui l'organo competente a formare la volontà dell'ente abbia autorizzato il conferimento dell'incarico, la quale ha natura di alto meramente interno (cfr. ex plurimis, Cass. Sez. I, 6 luglio 2007, n. 15296; 26 gennaio 2007, n. 1752). La necessità della forma scritta, quale strumento per evitare arbitrii nell'interesse del cittadino e per favorire l'esercizio della funzione di controllo, dev'essere estesa anche alle modificazioni successive dell'incarico che comportino variazioni sostanziali nella natura delle prestazioni affidate at professionista e nella misura del compenso dovutogli, in quanto le stesse, risolvendosi in un mutamento dell'oggetto del contratto, richiedono una nuova manifestazione di volontà, espressa nella forma prescritta dalla legge ad substantiam, e non possono quindi essere desunte da comportamenti concludenti delle parti o dalle determinazioni assunte al riguardo dall'organo deliberante dell'ente (cfr. Cass., Sez. III, 9 gennaio 2007. n. 209; 12 aprile 2006. n. 8621; Cass. Sez. II, 4 giugno 1999. n. 5448)

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Contratto concluso con Truffa di uno dei contraenti - Nullità - Esclusione - Annullabilità per dolo - Sussiste

Cass. civ., sez. II, sentenza 31 marzo 2011 n. 7468

(Pres. Schettino, rel. Falaschi)

Il contratto concluso per effetto di truffa di uno dei contraenti in danno dell'altro non e' radicalmente nullo (ex art. 1418 c.c. in correlazione all'art. 640 c.p.), ma annullabile, ai sensi dell'art. 1439 c.c., atteso che il dolo costitutivo del delitto di truffa non e' ontologicamente diverso, neanche sotto il profilo dell'intensità, da quello che vizia il consenso negoziale, risolvendosi entrambi in artifici o raggiri adoperati dall'agente e diretti ad indurre in errore l'altra parte e quindi a viziare il consenso allo scopo di ottenere l'ingiusto profitto mediante il trasferimento della cosa contrattata (v. Cass. 26 maggio 2008 n. 13566; Cass. 10 dicembre 1986 n. 7322). Si ha così che il dolus malus, anche se penalmente accertato, non puo' mai di per se' essere causa di nullità del negozio, meno che mai di inesistenza, sotto il profilo della sua illiceità, ma, inteso come vizio della volontà, può portare soltanto all'annullamento del negozio viziato (v. Cass. 8 maggio 1969 n. 1570) ed ai sensi dell'art. 1427 c.c., il negozio resta in vita sino a quando, ad iniziativa della parte interessata, non sia posto nel nulla mediante sentenza costitutiva (v. Cass. 20 febbraio 1962 n. 343). Tutto cio' comporta, con riguardo alla vendita, che il soggetto attivo il quale riceve la cosa, col consenso sia pure viziato, dell'avente diritto, ne diviene effettivo proprietario, con il connesso potere di trasferirne il dominio al terzo e con la conseguenza che, a sua volta, quest'ultimo ove acquisti in buona fede ed a titolo oneroso, resta al riparo degli effetti dell'azione di annullamento, da parte del deceptus, ai sensi e nei limiti di cui all'art. 1445 c.c. (in relazione all'art. 2652 c.c., n. 6 e art. 2690 c.c., n. 3).

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Obbligazioni solidali - Transazione intervenuta con uno dei condebitori - Clausola con cui si esclude che gli altri condebitori possano profittarne - Validità - Sussiste

Cass. civ., sez. III, sentenza 3 marzo 2011 n. 5018

(Pres. Finocchiaro, rel. Carleo)

Il principio che deriva dalla disposizione di cui all'art. 1304, primo comma, cod. civ., secondo il quale la transazione, fatta dal creditore con uno dei debitori in solido, giova agli altri che dichiarano di volerne profittare, opera solo in mancanza di diversa e contraria manifestazione di volontà del creditore, contenuta nella transazione stessa ovvero in una clausola aggiunta ad essa, atteso che come i condebitori possono, omettendo la dichiarazione suddetta, escludere l'efficacia della transazione per se stessi, così che il creditore può, in virtù del principio della autonomia negoziale, impedire che l'efficacia stessa sia a loro estesa. Pertanto nella transazione tra il creditore ed uno o più dei condebitori sociali è perfettamente legittimo che sia inserita clausola che escluda la possibilità per gli altri condebitori, che non hanno partecipato alla transazione, di profittare della stessa". (Cass. n. 4257/91)

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