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GIUDIZIO PROMOSSO DAL CONSUMATORE - RISARCIMENTO DEL DANNO PATITO PER EFFETTO DI ILLECITA INTESA RESTRITTIVA DELLA CONCORRENZA - CONDIZIONI PER LA RISARCIBILITÀ DEL PREGIUDIZIO

Cass. Civ., sez. VI, ordinanza 4 marzo 2013 n. 5327 (Pres. Finocchiaro, est. De Stefano)

Nel giudizio promosso dal consumatore, ed avente ad oggetto il risarcimento del danno da questi patito in conseguenza di un'illecita intesa restrittiva della concorrenza posta in essere dal professionista: - gli atti del procedimento, in esito al quale l'Autorità garante per la concorrenza ed il mercato ha accertato la sussistenza di un'intesa orizzontale tra compagnie assicuratrici ed irrogato al professionista una sanzione, costituiscono una prova privilegiata, nel senso che al professionista è consentito fornire la prova contraria dei fatti accertati, senza che sia possibile nel giudizio civile rimettere in discussione i fatti costitutivi dell'affermazione di sussistenza della violazione della normativa in tema di concorrenza in base allo stesso materiale probatorio od alle stesse argomentazioni già disattesi in quella sede (Cass. 20 giugno 2011, n. 13486); - l'assicurato ha il diritto di avvalersi della presunzione che il premio corrisposto sia stato superiore al dovuto per effetto del comportamento collusivo della compagnia assicuratrice convenuta, in misura corrispondente all'incremento dei premi rispetto alla media Europea, con la conseguenza che la medesima compagnia può fornire prova contraria concernente sia la sussistenza (o la interruzione) del nesso causale tra l'illecito concorrenziale e il danno sia l'entità di quest'ultimo; qualora, tuttavia, essa abbia partecipato al giudizio svoltosi davanti all'Autorità, riportando condanna, non può limitarsi a considerazioni generali attinenti ai dati influenti sulla formazione dei premi nel mercato delle polizze assicurative, già tenute presenti dall'Autorità, ma deve fornire precise indicazioni di situazioni e comportamenti specifici dell'impresa interessata e del singolo assicurato, idonei a dimostrare che il livello del premio non è stato determinato dalla partecipazione all'intesa illecita ma da altri fattori (Cass. 26 maggio 2011, n. 11610); - l'impresa assicuratrice, dal canto suo, può fornire prova contraria in ordine all'interruzione del nesso causale fra illecito anticoncorrenziale e danno, ma deve articolarla sugli aspetti non definiti dal provvedimento amministrativo di accertamento (Cass. 9 maggio 2012, n. 7039); - la prova dell'insussistenza del nesso causale non può essere tratta da considerazioni di carattere generale attinenti ai dati che influiscono sulla formazione dei premi nel mercato generale delle polizze assicurative, ma deve riguardare situazioni e comportamenti che siano specifici dell'impresa interessata: che attengano, cioè, alla singola impresa assicuratrice, al singolo assicurato od alla singola polizza, e che valgano a dimostrare che - nel caso oggetto di esame - il livello del premio non è stato determinato dalla partecipazione all'intesa illecita; occorrerebbe cioè dimostrare (in ipotesi) che la compagnia assicuratrice convenuta in giudizio ebbe a discostarsi dal trend degli aumenti accertato dall'AGCM e comune alle altre; o che la compagnia versava in peculiari difficoltà economiche, che le hanno imposto determinate scelte di prezzo; o che il contratto copriva particolari rischi, normalmente non inclusi nella polizza; o che si riferiva ad assicurati il cui comportamento era caratterizzato da abnorme sinistrosità; e cosi via: circostanze tutte che non basta siano genericamente affermate, ma che debbono essere documentate, indicando se del caso i criteri seguiti per la determinazione dei premi, gli elementi di costo gravanti sulla compagnia nel periodo dell'illecito, rispetto a quello precedente o successivo, i bilanci, e cosi via (in sensi analoghi, fra le altre: Cass. 29 agosto 2011, n. 17702; Cass. 31 agosto 2011, n. 17891; Cass., nn. 10211 e 10212 del 2011, n. 13486 del 2011; Cass. 20 dicembre 2011, nn. 27570, 27571, 27572, 27573 e 27574; Cass. 9 maggio 2012, nn. 7040, 7045, 7046).

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Danni alla persona derivanti dall'inadempimento o dall'inesatta esecuzione delle prestazioni che formano oggetto di "pacchetto turistico" - Risarcibilità nei limiti previsti dalla Convenzione internazionale relativa al contratto di viaggio (C.C.V.), firmata a Bruxelles il 23 aprile 1970 e resa esecutiva con la legge n. 1084 del 1977 - Limitazione risarcitoria introdotta dal legislatore delegato in assenza di corrispondente principio e criterio direttivo della legge di delegazione - illegittimità costituzionale parziale

Corte cost., sentenza 21 marzo 2012 n. 75 (Pres. Quaranta, est. Tesauro)

E' costituzionalmente illegittimo l’articolo 15 del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 111 (Attuazione della direttiva n. 90/314/CEE concernente i viaggi, le vacanze ed i circuiti «tutto compreso»), nella parte in cui, limitatamente alla responsabilità per danni alla persona, pone come limite all’obbligo di ristoro dei danni quello indicato dalla Convenzione internazionale relativa al contratto di viaggio, firmata a Bruxelles il 23 aprile 1970, ratificata con la legge 27 dicembre 1977, n. 1084 (Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale relativa al contratto di viaggio - CCV).

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Tutela dei consumatori - Contratto di credito al consumo - Erronea indicazione del tasso annuo effettivo globale - Incidenza delle pratiche commerciali sleali e delle clausole abusive sulla validità del contratto nel suo complesso

Corte Giust. UE, sez. I, sentenza 15 marzo 2012, causa C-467/10

(Pres. Tizzano, rel. Safjan)

L'articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, dev'essere interpretato nel senso che, nel valutare se un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore e contenente una o più clausole abusive possa continuare a sussistere in assenza di dette clausole, il giudice adìto non può fondarsi unicamente sull'eventuale vantaggio per una delle parti, nella fattispecie il consumatore, derivante dall'annullamento del contratto in questione nel suo complesso. Ciononostante, tale direttiva non osta a che uno Stato membro preveda, nel rispetto del diritto dell'Unione, che un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore e contenente una o più clausole abusive sia nullo nel suo complesso qualora ciò risulti garantire una migliore tutela del consumatore.

Una pratica commerciale, come quella in questione nella causa principale, consistente nel menzionare in un contratto di credito un tasso annuo effettivo globale inferiore a quello reale, deve essere qualificata come "ingannevole" ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell'11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio ("direttiva sulle pratiche commerciali sleali"), qualora induca o sia idonea ad indurre il consumatore medio ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso. Spetta al giudice nazionale verificare se ciò avvenga nel procedimento principale. L'accertamento del carattere sleale di una siffatta pratica commerciale rappresenta un elemento tra gli altri sul quale il giudice competente può fondare, ai sensi dell'articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 93/13, la sua valutazione del carattere abusivo delle clausole del contratto relative al costo del prestito concesso al consumatore. Un tale accertamento non ha tuttavia diretta incidenza sulla valutazione, sotto il profilo dell'articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 93/13, della validità del contratto di credito stipulato

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Enel - Bolletta - Costo della spediazione a carico dell'Utente


Cass. Civ., sez. III, sentenza 22 luglio 2011 n. 16141

(Pres. Finocchiaro, Rel. Frasca)

Deve escludersi che la prescrizione dell'art. 6, comma 4, della deliberazione dell'A.E.G.G. n. 200 del 1999 abbia comportato la modifica o integrazione del regolamento di servizio del settore esistente all'epoca della sua adozione e, di riflesso, l'integrazione dei contratti di utenza ai sensi dell'art. 1339 c.c., di modo che l'azione di responsabilità per inadempimento contrattuale esercitata dalla parte utente, su tale presupposto, risulta priva di fondamento, perché basata su una clausola contrattuale inesistente, perché non risultava introdotta nel contratto di utenza. Ciò peché la previsione dell'art. 6, comma 4, della Deliberazione n. 200 del 1999, imponendo all'esercente "di offrire al cliente almeno una modalità gratuita di pagamento della bolletta" si connotava certamente come prescrizione del tutto inidonea ad integrare una clausola di contenuto determinato. In tanto, la previsione della modalità come concorrente con altre di effetto diverso lasciava al concessionario il potere di individuare questa modalità in concorso con altre e, quindi, lo facultava a prevedere più di una modalità. In secondo luogo, il concessionario era facultato ad individuare gli stessi termini della modalità gratuita

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Autorità per l'Energia Elettrica ed il Gas - Potere normativo secondario - Previsione di prescrizioni integrative del contratto di utenza individuale - Art. 1339 c.c. - Sussiste - condizioni - Derogabilità a tutela dell'Utente/consumatore

Cass. Civ., sez. III, sentenza 22 luglio 2011 n. 16141

(Pres. Finocchiaro, Rel. Frasca)

Il potere normativo secondario (o, secondo una possibile qualificazione alternativa, di emanazione di atti amministrativi precettivi collettivi) dell'Autorità per l'Energia Elettrica ed il Gas ai sensi dell'art. 2, comma 2, lettera h), si può concretare anche nella previsione di prescrizioni che, attraverso l'integrazione del regolamento di servizio, di cui al comma 37 dello stesso art. 2, possono in via riflessa integrare, ai sensi dell'art. 1339 c.c., il contenuto dei rapporti di utenza individuali pendenti anche in senso derogatorio di norme di legge, ma alla duplice condizione che queste ultime siano meramente dispositive e, dunque, derogabili dalle stesse parti, e che la deroga venga comunque fatta dall'Autorità a tutela dell'interesse dell'utente o consumatore, restando, invece, esclusa - salvo che una previsione speciale di legge o di una fonte comunitaria ad efficacia diretta - non la consenta - la deroga a norme di legge di contenuto imperativo e la deroga a norme di legge dispositive a sfavore dell'utente e consumatore

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Controversia tra Avvocato e cliente per il pagamento del compenso - Competenza territoriale - Applicabilità del Foro del Consumatore - Sussiste - rapporto tra il foro speciale alternativo di cui all'art. 637, c. 3, c.p.c. in favore degli avvocati (e dei notai), ed il foro esclusivo del consumatore di cui attualmente all'art. 33, c. 2 lett. n) del d.lgs. 6.9.2005 n. 206 - Prevalenza del secondo

Cass. Civ., sez. III, ordinanza 9 giugno 2011 n. 12685

(Pres. Preden, rel. Segreto)

In merito al rapporto tra il foro speciale alternativo di cui all'art. 637, c. 3, c.p.c. in favore degli avvocati (e dei notai), ed il foro esclusivo del consumatore di cui attualmente all'art. 33, c. 2 lett. n) del d.lgs. 6.9.2005 n. 206, il secondo è prevalente là dove il cliente dell'Avvocato sia, per l'appunto, un consumatre. Il d.lgs. 206/2005 ha, dunque, ridotto l'area di applicabilità dell'art. 637, comma III, c.p.c. circoscrivendola ai casi in cui il cliente non sia un consumatore. La norma in tema di foro del consumatore, infatti, individua una competenza esclusiva, che prevale su ogni altra, pur configurata da altra norma (così SU 14669/2003 cit.) e l'avvocato che conclude un contratto d'opera professionale intellettuale è da ritenersi un professionista, ai sensi dell'art. 3 del d. lgs. n. 206/2005. Quanto ai casi in cui il cliente sia "consumatore", secondo l'orientamento giurisprudenziale italiano prevalente (Cass. S.U. n. 7444 del 20/03/2008) deve essere considerato consumatore e beneficia della disciplina di cui all'art. 1469 bis c.c. e segg., ed attualmente D.Lgs. n. 2006 del 2005, artt. 3 e 33 e segg., la persona fisica che, anche se svolge attività imprenditoriale o professionale, conclude un qualche contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all'esercizio di dette attività; mentre deve essere considerato "professionista" tanto la persona fisica quanto quella giuridica, sia pubblica che privata, che invece utilizza il contratto nel quadro della sua attività imprenditoriale e professionale, ricomprendendosi in tale nozione anche gli atti posti in essere per uno scopo connesso all'esercizio dell'impresa (cfr. anche Cass. 23/02/2007, n. 4208). Ne consegue che anche la persona fisica che abbia richiesto all'avvocato la sua prestazione professionale per una questione non estranea alla sua attività imprenditoriale o professionale, sia pure occasionale, non ha la qualità di consumatore e quindi non può beneficiare del foro di cui all'art. 33, c. 2 lett. u) d.lgs. n. 205/2006, mentre rimane soggetto al foro alternativo di cui all'art. 637, c. 3 c.p.c.

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Difetto di conformità - Obbligo, per il venditore, di farsi carico della rimozione del bene non conforme e dell'installazione del bene sostitutivo


Corte Giust. CE, Sez. I, sentenza 16 giugno 2011, cause riunite C 65/e C 87/09

(Pres. Tizzano)

L'art. 3, n. 3, della direttiva 1999/44 dev'essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale che attribuisca al venditore il diritto di rifiutare la sostituzione di un bene non conforme, unico rimedio possibile, in quanto essa gli impone, in ragione dell'obbligo di procedere alla rimozione di tale bene dal luogo in cui è stato installato e di installarvi il bene sostitutivo, costi sproporzionati tenendo conto del valore che il bene avrebbe se fosse conforme e dell'entità del difetto di conformità. Detta disposizione non osta tuttavia a che il diritto del consumatore al rimborso delle spese di rimozione del bene difettoso e di installazione del bene sostitutivo sia in tal caso limitato al versamento, da parte del venditore, di un importo proporzionato

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Difetto di conformità - Obbligo, per il venditore, di farsi carico della rimozione del bene non conforme e dell'installazione del bene sostitutivo


Corte Giust. CE, Sez. I, sentenza 16 giugno 2011, cause riunite C 65/e C 87/09
 

(Pres. Tizzano
)

L'art. 3, nn. 2 e 3, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 25 maggio 1999, 1999/44/CE, su taluni aspetti della vendita e delle garanzie dei beni di consumo, deve essere interpretato nel senso che, quando un bene di consumo non conforme, che prima della comparsa del difetto sia stato installato in buona fede dal consumatore tenendo conto della sua natura e dell'uso previsto, sia reso conforme mediante sostituzione, il venditore è tenuto a procedere egli stesso alla rimozione di tale bene dal luogo in cui è stato installato e ad installarvi il bene sostitutivo, ovvero a sostenere le spese necessarie per tale rimozione e per l'installazione del bene sostitutivo. Tale obbligo del venditore sussiste a prescindere dal fatto che egli fosse tenuto o meno, in base al contratto di vendita, ad installare il bene di consumo inizialmente acquistato

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Procedure di risoluzione delle controversie tra operatori di comunicazione elettroniche ed utenti - Prova della comunicazione

Cass. civ., sez. VI, 21 aprile 2011 n. 9278

(Pres. Finocchiaro, rel. Frasca)

In tema di procedure di risoluzione delle controversie tra operatori di comunicazione elettroniche ed utenti, previste dal Regolamento approvato con Delibera dell'Autorita' per le Garanzie nelle Comunicazioni 173/07/CONS, l'attivazione del contraddittorio con l'operatore, cioe' con la controparte, e' rimessa dall'articolo 8, comma 1, del detto regolamento al CORECOM. Ne consegue che la prova della comunicazione all'operatore non puo' essere accollata alla parte che ha proposto l'istanza di conciliazione, perche' essa non ha l'onere di procedervi

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Codice del Consumo - Tutela del Consumatore - Applicabilità della disciplina di tutela - Esclusione in caso di Trattativa - requisiti che deve avere la Trattativa - carattere dell'individualità - necessita' della specifica disamina e reciproca negoziazione di ogni singola clausola di cui si compone il contratto - sufficienza della considerazione e della codeterminazione del tenore solamente di (una o) alcune di esse o anche solo di alcuni punti specifici delle medesime (elementi di clausola), nell'ambito di una valutazione globale del contratto - Cd. Negoziazione parziale del contratto - Effetti - Esclusione della tutela solo per la parte negoziata e non per quella esclusa dalla trattativa

Cass. civ., sez. III, ord. 20 agosto 2010, n. 18785

(Pres. Finocchiaro, rel. Scarano)

La trattativa che esclude l'applicabilità della disciplina a tutela del consumatore deve essere condotta con attiva partecipazione personale dai titolari del rapporto contrattuale ovvero dai formali autori del contratto (potendo senz'altro ammettersi che essa sia svolta dai rappresentanti del professionista e del consumatore, sicché' il carattere individuale della trattativa non sembra allora da considerarsi precluso nemmeno nell'ipotesi della contrattazione collettiva). Quanto ai contenuti, l'esclusione dell'applicazione della disciplina di protezione in questione e' consentita con esclusivo riferimento a quelle clausole che abbiano costituito singolarmente oggetto di specifica trattativa, seria ed effettiva. Mentre la restante parte, non negoziata, del contratto rimane assoggettata alla disciplina di tutela del consumatore, ivi compresa quella concernente il c.d. foro del consumatore (Dalla motivazione: La soluzione contraria alla sufficienza della mera negoziazione parziale del contratto, oltre ad aver trovato concreta espressione in specifiche soluzioni legislative adottate in ordinamenti stranieri (ad esempio, la legge austriaca KSchG del 1979) si e' ormai da tempo affermata nell'orientamento giurisprudenziale e dottrinario in tema di clausole vessatorie ex articolo 1341 c.c., comma 2, essendosi escluso che la non necessita' del requisito della specifica approvazione per iscritto delle clausole onerose inserite nel contratto a seguito di specifiche trattative tra le parti si estenda anche alle altre clausole onerose contenute nello stesso contratto alle quali la parte abbia aderito senza alcuna discussione (v. Cass., 22/5/1986, n. 3407; Cass., 15/6/1979, n. 3373; Cass., lo/6/l974, n. 1575. V. anche Cass., 19/5/2006, n. 11757; Cass., 28/3/2001, n. 4511; Cass., 10/12/2000, n. 15385)

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