Vai al menu principale- Vai ai contenuti della pagina[0] Home[H]

Homepage > Giurisprudenza > Giurisprudenza Alte Corti > Indice Generale > Brevetti e marchi

Brevetti e marchi

Brevetti e marchi

Uso in una pubblicità comparativa – Diritto di inibitoria di detto uso – Vantaggio indebitamente tratto dalla notorietà – Pregiudizio arrecato alle funzioni del marchio – Direttiva 84/450/CEE – Pubblicità comparativa – Art. 3 bis, n. 1, lett. g) e h) – Condizioni di pubblicità comparativa lecita – Vantaggio indebitamente tratto dalla notorietà connessa ad un marchio – Presentazione di un bene come imitazione o riproduzione

Corte Giust. CE., sez.I, 18 giugno 2009

1) L’art. 5, n. 2, della prima direttiva del Consiglio 21 dicembre 1988, 89/104/CEE, sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d’impresa, dev’essere interpretato nel senso che l’esistenza di un vantaggio indebitamente tratto dal carattere distintivo o dalla notorietà del marchio, ai sensi di tale disposizione, non presuppone né l’esistenza di un rischio di confusione, né quella di un rischio di pregiudizio arrecato al carattere distintivo o alla notorietà del marchio o, più in generale, al titolare di quest’ultimo. Il vantaggio risultante dall’uso da parte di un terzo di un segno simile ad un marchio notorio è tratto indebitamente da detto terzo dal carattere distintivo o dalla notorietà quando egli, con siffatto uso, tenta di porsi nel solco tracciato dal marchio notorio al fine di beneficiare del potere attrattivo, della reputazione e del prestigio di quest’ultimo, e di sfruttare, senza compensazione economica, lo sforzo commerciale effettuato dal titolare del marchio per creare e mantenere l’immagine del marchio in parola. 

2) L’art. 5, n. 1, lett. a), della direttiva 89/104 deve essere interpretato nel senso che il titolare di un marchio registrato è legittimato a esigere che sia vietato l’uso da parte di un terzo, in una pubblicità comparativa rispetto alla quale non ricorrono tutte le condizioni di liceità enunciate all’art. 3 bis, n. 1, della direttiva del Consiglio 10 settembre 1984, 84/450/CEE, [relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri] in materia di pubblicità ingannevole e di pubblicità comparativa, come modificata dalla direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio 6 ottobre 1997, 97/55/CE, di un segno identico a detto marchio per prodotti o servizi identici a quelli per cui il marchio in parola è stato registrato, anche quando siffatto uso non sia idoneo a compromettere la funzione essenziale del marchio, consistente nell’indicare l’origine dei prodotti o servizi, purché tale uso arrechi pregiudizio o possa arrecare pregiudizio ad una delle altre funzioni del marchio. 

3) L’art. 3 bis, n. 1, della direttiva 84/450, come modificata dalla direttiva 97/55, deve essere interpretato nel senso che un operatore pubblicitario il quale menziona in modo esplicito o implicito, in una pubblicità comparativa, che il prodotto da lui commercializzato costituisce un’imitazione di un prodotto protetto da un marchio notorio, rappresenta «un bene o un servizio come imitazione o contraffazione», ai sensi del medesimo art. 3 bis, n. 1, lett. h). Il vantaggio realizzato dall’operatore pubblicitario grazie ad una siffatta pubblicità comparativa illecita deve essere considerato «indebitamente tratto» dalla notorietà connessa a tale marchio, conformemente al suddetto art. 3 bis, n. 1, lett. g) (Sentenza resa nel procedimento C 487/07, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dalla Court of Appeal (England & Wales) (Civil Division) (Regno Unito), con decisione 22 ottobre 2007, pervenuta in cancelleria il 5 novembre 2007, nella causa L’Oréal SA, Lancôme parfums et beauté & Cie SNC, Laboratoire Garnier & Cie contro Bellure NV, Malaika Investments Ltd, operante con il nome commerciale «Honeypot cosmetic & Perfumery Sales»)

Versione Stampabile


 

Brevetti e marchi

Marchi – confondibilità – Art. 2598 cod. civ. - Attività dei concorrenti

Cass. civ., sez. I, 22 luglio 2009 n. 17144

(Pres. Carnevale, est. Travassi)

In tema di marchi, la confondibilità, cui fa riferimento l'art. 2598 c.c., non è solo quella tra prodotti, ma, soprattutto, quella sull'attività dei due concorrenti e quindi sull'origine dei prodotti stessi, potendosi affermare che, seppure fosse vero che l'uno prodotto è di qualità inferiore rispetto all'altro, il pubblico potrebbe essere indotto a credere che si tratti di una linea più abbordabile, comunque riconducibile all'attività della più nota società in concorrenza. Ed invero, l'adozione di un marchio simile su prodotti dello stesso tipo è idonea a determinare confondibilità, quantomeno sotto il profilo della riconducibilità dell'attività dell'una impresa a quella dell'altra, maggiormente conosciuta ed apprezzata sul mercato. Di fronte all'appartenenza dei beni in questione alla stessa categoria merceologica e all'adozione di un marchio fortemente confondibile non può essere negata la possibilità che i consumatori siano indotti a credere in una fonte d'origine comune. (La Corte, peraltro, ha già avuto modo di affermare che “la differenza qualitativa tra i prodotti contrassegnati da marchi confondibili e la differenza di prezzo, anche se notevole, non elimina il rischio di confusione... anche in tal caso sussiste pertanto la contraffazione del marchio e l'idoneità a danneggiare l'altrui azienda...”: v. Cass. 18.6.1990 n. 6119, 467809)

Versione Stampabile